Avere vent’anni: settembre 2001

ENTOMBED – Morning Star

Ciccio Russo: Tra i tanti gruppi estremi che a fine anni ’90 fecero il passo più lungo della gamba, gli Entombed furono fra i pochi che riuscirono a uscire con dignità dal pantano nel quale si erano ficcati. Morning Star all’epoca fu definito da molti una sorta di ritorno alle origini ma in realtà non c’entra nulla non solo con il passato death metal ma nemmeno con la svolta death’n’roll di Wolverine Blues. Più compatto e studiato del predecessore Uprising, l’album non rinnega la svolta stoner di Same Difference ma vi innesta un suono ritornato più aggressivo e minaccioso. Il disco è quasi tutto basato su possenti mid tempo trainati da un riffing che mantiene le radici ben salde in un humus blues e settantiano. Spiccano su tutti i due mostruosi brani d’apertura: Chief Rebel Angel e I for an Eye, che diventano subito presenza obbligatoria nelle scalette dei concerti. Purtroppo l’album soffre di una certa discontinuità e non riesce a mantenere la tensione alta fino alla fine ma rimane comunque il miglior lavoro pubblicato dagli svedesi dopo l’uscita di Nicke Andersson.

worldofglass_tristania

TRISTANIA – World of Glass

Michele Romani: World of Glass può essere considerato a tutti gli effetti come il classico disco di rottura per una band costretta praticamente a ricominciare da zero, visto l’abbandono per le classiche “divergenze artistiche” del leader e principale compositore Morten Veland. Ricordo che ai tempi dell’uscita il disco fece molto discutere, tra i fan della prima d’ora sentitisi in qualche modo traditi dall’abbandono delle atmosfere tipicamente gothic doom dei primi due lavori (anche se in realtà qualche avvisaglia su Beyond the Veil c’era già stata) e chi invece apprezzò questo rinnovamento del suono, tra divagazioni elettroniche, trame chitarristiche più potenti e cori operistici a non finire, questi ultimi con il difetto di sovrapporsi troppo spesso alla suadente voce della mai troppo rimpianta Vibeke Stene. Non che la cantante attuale non sia brava, per carità, ma ho sempre pensato che con la musica dei Tristania c’entrasse come i cavoli a merenda. Riascoltando oggi World of Glass devo dire che non è affatto così malvagio come mi ricordavo; il fatto è che il cambiamento era stato così improvviso che, ai tempi, la delusione mi fece fare l’errore di non prestargli forse la giusta attenzione. Brani come Wormwood o Tender Trip on Earth sono veramente belli, anche se verso la parte finale il disco ha un calo notevole. Probabilmente l’ultimo album dei Tristania meritevole di attenzione, dopodiché, per quanto mi riguarda, il nulla o quasi.

603497843145-cover-zoom

P.O.D. – Satellite

Charles: Capisco benissimo che, se sei un americano medio del Kentucky ignorante come una rapa, puoi considerare il nu metal una cosa desiderabile al pari delle pannocchie alla brace e dei fucili a pompa. Posso anche capire che ti piaccia indossare quei pantaloni bracaloni per far stare più comode le uova. Comprendo pure che se devi zappare la terra sotto il solleone ti conviene girare il cappellino al contrario per non ritrovarti col collo bruciato a fine giornata. Se poi soffri pure di alluce valgo ci sta che indossi scarpe di due misure in più, e se sei uno spacciatore e devi scappare agli inseguimenti degli sbirri una tuta è quello che serve, però attenzione a non inciampare. Come mi è anche chiaro che se non ami l’igiene personale un bel caschetto di dreadlocks è più comodo da gestire di un doppio taglio. Quello che non capirò mai è come si possa mettere il prefisso “nu” a una roba che arriva con dieci anni di ritardo su Bombtrack, Killing in the Name, Bullet in the Head, etc. E neanche capirò come dopo gli anni ‘90 si possa ancora pensare di essere fichi a fare quelle mosse handicappate con le mani. Ma contenti voi.

deicide_intormentinhell

DEICIDE – In Torment In Hell

Ciccio Russo: Considerato da più o meno tutti, band compresa, il peggior lavoro dei Deicide, In Torment In Hell, così come il precedente Insineratehymn, fu dichiaratamente composto in cinque minuti e registrato con la mano sinistra per chiudere gli obblighi contrattuali con la Roadrunner. L’etichetta americana, decisa a cavalcare il fenomeno nu metal, decise di non fare nulla per continuare a promuoverli e il gruppo, già spaccato in due, agì di conseguenza. Benton è scazzato, Asheim fa il minimo sindacale, gli assoli degli Hoffman sono solo casino, eppure l’album non è DAVVERO così terribile. La scelta di semplificare la ricetta il più possibile finisce per regalare qualche zampata thrash tutto sommato salvabile (la title-track, Vengeance Will Be Mine) e non nego che, riascoltatolo a distanza di vent’anni, in qualche momento ho scapocciato. Per quanto mi riguarda, la palma di disco più brutto dei Deicide spetta piuttosto al moscissimo Till Death Do Us Part, nel quale Benton, invece di prendersela come al solito con Cristo, decise di prendersela con la ex moglie, dalla quale aveva appena divorziato.

racer-x-snowball-of-doom-live-at-the-whiskey

RACER X – Snowball Of Doom

Cesare Carrozzi: Peccato per la mancanza di Bruce Bouillet, perché diversamente questo Snowball of Doom sarebbe stato il disco dal vivo perfetto dei Racer X (o almeno di quelli degli anni Duemila). Non che Paul Gilbert da solo non sia uno spettacolo, ma la coppia d’asce Gilbert/Bouillet è quella che ha marchiato a fuoco la carriera del gruppo californiano e, se in studio alla mancanza di Bouillet si è potuto ovviare, dal vivo inevitabilmente la band perde molto carisma. In ogni caso, se vi piace il genere, val la pena di recuperarlo, magari in DVD.

symphony-for-the-devil-5c5c689f36102

WITCHERY – Symphony for the Devil

Marco Belardi: A partire da questo album mi convinsi di quanto i Witchery avessero già pienamente, e anzitempo, rotto i coglioni. Fu il loro tentativo di razionare l’anima scanzonata degli esordi e passare a un tono più serioso, con appiccicata ancora in fronte l’attitudine che i due begli album dalla copertina blu avevano dato loro, come un’onorificenza. Symphony for the Devil non era brutto, era l’album che avrebbe potuto realizzare chiunque con adeguati mezzi tecnici e un po’ d’esperienza (e qua dentro militavano membri di The Haunted e Arch Enemy). Album come questo ti fanno improvvisamente perder l’amore per un qualcosa che non avevi mai considerato immortale, o unico. Motivo per cui non mi sorpresero né i cinque anni di vuoto che lo separarono dal seguente Don’t Fear the Reaper (che ne chiarirono in tutto e per tutto lo status di band secondaria), né il generale calo d’interesse che li riguardò di lì in poi. Si segnala l’ingresso in formazione di Martin Axenrot, che qui debuttò, e che un giorno non particolarmente lontano si sarebbe presentato al mondo come nuovo batterista degli Opeth.

Brodequin - festival of death

BRODEQUIN – Festival of Death

Ciccio Russo: A fine anni ’90, mentre in Europa il death metal veniva addolcito e ibridato con gli stili più disparati, nell’America profonda, quella che tiene il lanciarazzi in garage per annichilire chiunque entri nella sua fottuta proprietà, si iniziò a rimuginare che questa storia della melodia non andava bene manco per il cazzo. Nacque quindi una nuova generazione di gruppi brutal caratterizzati dalla precisa volontà di suonare la musica più efferata, violenta e sanguinaria possibile. L’epitome di questa amabile tendenza fu senza dubbio Instruments of Torture, l’allucinante esordio dei Brodequin. Il problema di dischi così estremi è che poi diventa difficile replicare, andare oltre. Festival of Death ha lo stesso rullante sparatissimo e lo stesso gurgling inintelligibile del predecessore ma, purtroppo, ha anche una produzione ancora più incasinata, che annega i riff in un’orgia di cacofonia a volte un po’ stucchevole. Per questo i Brodequin vanno visti dal vivo, dove non solo spaccano tutto ma si capisce pure cosa stiano suonando.

spiritualized_letitcomedown

SPIRITUALIZED – Let it Come Down

Charles: Let it Come Down è una rottura di palle pazzesca e da qui in avanti gli Spiritualized diventeranno sempre più stracciapalle. Veramente, non si arriva alla fine. Praticamente questi qui in poco tempo sono passati dall’essere una della band più fiche dell’epoca (Lazer Guided Melodies e Ladies and Gentlemen we are Floating in Space ne sono testimoni) a una roba per fighetti con la puzza sotto al naso, dal fare un brit-rock misto shoegaze strafattone alle nenie pop, ninnenanne soul e gospel del cazzo, questo perché il fondatore della band aveva sbroccato al punto da licenziare i tre quarti dei membri della band (pare chiedessero più soldi) e poi ingaggiare (sempre “pare”) un centinaio di musicisti per comporre questa cacata atomica.

dragonchaser

AT VANCE – Dragonchaser

Cesare Carrozzi: Gli At Vance secondo me hanno storicamente riscosso assai poco rispetto alla qualità dei dischi, sempre piuttosto buona con qualche picco di eccellenza assoluta. Anche loro, comunque, si sono impegnati per non riuscire, perché se già fai una sorta di polpettone hard rock/metallo neoclassico e in ogni sacrosanto disco ci ficchi pure la riproposizione di uno o due brani classici propriamente detti (ora Bach, ora Beethoven e via dicendo) non è che fai qualcosa per distinguerti dal mucchio, ANZI, risulti più anonimo di prima. Peccato. Però, ripeto, la qualità c’è ed anche questo Dragonchaser lo dimostra: ottime melodie, buon tiro, insomma un buon disco, se non fosse per Ages Of Glory col suo ritornello che per carità e per ‘ste minchia di cover classiche che davvero stuccano.

soilent_green_deleted

SOILENT GREEN – A Deleted Symphony for the Beaten Down

Ciccio Russo: I muri tra metal e hardcore, già presi a picconate dal lavoro di etichette come Victory e Hydra Head, erano ormai del tutto crollati. Molti metallari della mia generazione, che non trovavano più grandi stimoli nel death e nel black, si gettarono a capofitto in un suono che tanto nuovo non era ma che la Relapse seppe abilmente vendere come tale a chi, come me, era in cerca di nuove emozioni ed era sì giovanissimo (quando uscì ‘sto disco avevo esattamente vent’anni) ma ormai non più suggestionabile dall’armamentario fatto di foreste innevate, grimori satanici e castelli polverosi. A Deleted Symphony for the Beaten Down non è Jane Doe, ci mancherebbe. E forse è pure inferiore al precedente Sewn Mouth Secrets. Nondimeno è uno dei dischi fondamentali per comprendere cosa stesse accadendo alla musica estrema all’ìnizio del millennio.

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...