Ελλάς, ηρώων μητέρα: SYNTELEIA, EMPIRE OF THE MOON, ON THORNS I LAY, KAWIR

Se fossi una persona seria, di speciali dedicati alla scena greca dovrei scriverne almeno due all’anno. Non mi viene in mente un’altra nazione dove, persino nei periodi più bui per il panorama estremo, abbiano continuato a fioccare nuove band e nuove uscite in una quantità e di una qualità tali da rendere complicato orientarsi. Perché succede sempre che inizio a scrivere una multirecensione, mi annoto le uscite degli ultimi mesi delle quali ritengo valga la pena parlare, ne trovo un numero ingestibile e finisco per gettare vilmente la spugna. Questi giorni di quarantena, nei quali riesco ad ascoltare un numero di dischi tale che manco ai tempi dell’università, sono il momento giusto per rompere il circolo vizioso e segnalarvi quattro uscite recenti che confermano l’eccellente stato di salute del metallo d’Egeo.

Partiamo dal debutto dei SYNTELEIA, giovani speranze dell’esercito acheo che si fanno voler bene già dai testi, ispirati ai miti di Cthulhu. Le radici del loro suono sono ben piantate nel canone fissato dai capostipiti ma, rispetto a onesti cloni come i Funeral Storm, ci mettono del loro. Se un brano come Many Masks of Nyarlathotep potrebbe essere spacciato benissimo, assolo a parte, per una b-side inedita di Thy Mighty Contract, Ending of the Unknown Path si rivela, con gli ascolti, un disco meno derivativo di quanto non possa apparire all’inizio. I tempi quasi sempre moderati lasciano emergere gli accenti anni ’80 di un riffing lineare e ficcante (Celephais) e il ricorso alla voce femminile (The Black Goat Rites) non avviene in maniera scontata. Molto limitato, nonostante le tematiche, il lato ritualistico/declamatorio ma, su quel fronte, i Rotting Christ hanno già fin troppi emuli. Ennesima eccellente sorpresa venuta fuori da un 2019 nel quale, a giudicare da quello che sto recuperando, mi sono perso anche il tutto come direbbe quel tal sinofilo pisano.

Su binari meno datati corre invece Έκλειψις, secondo Lp degli EMPIRE OF THE MOON, che fanno invece parte di quella non irrisoria frangia del circuito ellenico che, invece che agli eroi autoctoni, guarda alla Scandinavia (altri due interessanti esempi, per citare un paio di lavori recenti, possono essere Death Clan OD dei Serpent Noir, norvegesi de Atene, e Baptism in Psychical Analects dei darkthroniani Akantha). L’iniziale Imperium Tridentis, gelidi riff a zanzara e drum machine a mitraglia, ricorda talmente la seconda ondata scandinava da suscitare quasi fastidio. L’album si risolleva un po’ nel prosieguo, in particolare nei frangenti più lenti ed evocativi, dove vengono a volte in mente i concittadini Nocternity (che fine hanno fatto, a proposito?), ma le diverse anime del suono degli Empire of the Moon non riescono sempre ad amalgamarsi alla perfezione, con un risultato non privo di buoni momenti ma, nel complesso, diseguale e un po’ scombinato. Nulla di memorabile, quindi, ma un buon viatico per iniziare a esplorare quel lato della scena black ellenica non composto da nipotini dei Necromantia.

E gli ON THORNS I LAY ve li ricordate? In giro dal ’95, si distinguevano dai connazionali coevi per un sound piuttosto originale, etichettabile come death/doom ma dotato di una vena psichedelica e di una solarità che lo rendeva lontanissimo da quanto sperimentato qualche anno prima in Inghilterra. Il loro cammino evolutivo sarebbe passato, come da copione, per un progressivo ammorbidimento, fino a toccare lidi gothic rock. Dopo una pausa discografica di dodici anni, si erano rifatti vivi nel 2015 con un lavoro, Eternal Silence, che, invece di riesumare la vena estrema come ci si sarebbe aspettato, riprendeva il discorso da dove era stato lasciato, suonando così paurosamente obsoleto. Il ritorno al passato, condito da qualche richiamo agli Opeth, sarebbe arrivato tre anni dopo con il più che discreto Aegean Sorrow, rispetto al quale il fresco di stampa Threnos, altrettanto gradevole, non mostra novità sostanziali, salvo l’addio del batterista Fotis, che riduce i membri fondatori a due su sei. Giusto quella vena wave residua finisce per scomparire del tutto, ma non è necessariamente un male.

Il meglio me lo sono lasciato per ultimo. Αδράστεια è forse il miglior album mai inciso dai KAWIR nei 27 anni di una carriera che li ha visti prima seguire le orme dei maestri, poi sperimentare con successi alterni e infine trovare una forma sonora compiuta e matura che dà senso alle definizione di “black metal pagano” applicato alla materia ellenica. La matrice primigenia del riffing continua a emergere nei (pochi) frangenti dove l’ombra dei Rotting Christ rimane presente, come nel serrato mid-tempo di Atalanti. Altrove domina un richiamo all’eredità ancestrale della loro terra leggendaria che non ha molti eguali, nell’utilizzo di strumenti tradizionali come il kanonaki e la lira e nei solenni cori che, quasi a chiudere un cerchio che si faticava a scrutare, si allacciano idealmente, sia pure con intenti e presupposti culturali diversissimi, alla lezione dei Bathory. L’affascinante paradosso è quello di un gruppo che abbraccia fino in fondo l’afflato identitario che è il nocciolo filosofico del genere e ci riesce proprio perché tiene presente come tale integrazione era stata interpretata nel Nord Europa. (Ciccio Russo)

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