R.I.P. Neil Peart [1952-2020]

Quando l’ho letto non ci volevo credere. Non perché Neil Peart avesse solo 67 anni, che è comunque e decisamente un’età prematura per la dipartita, specialmente se non ti droghi o non fai evaporare bottiglie di liquore come un’idrovora. Era malato, sì, ma dignitosamente, ed essendo il grande personaggio che era non l’aveva sbandierato ai quattro venti. Un uomo che sapeva cos’era il dolore, avendolo provato sulla sua pelle. Aveva perso l’intera famiglia anni prima e ciò gli aveva causato un dolore interiore inguaribile, ma che catarticamente era riuscito a sviscerare nei suoi romanzi. Perché Neil Peart era un artista a tutto tondo. Questo sarebbe l’epitaffio migliore per un gigante del genere.

Qual è il vostro batterista preferito? In che gruppo suona? Chiedetegli chi gli ha fatto prendere in mano le bacchette per la prima volta e poi non ditemi che la risposta vi pare inaspettata.

Neil Peart era un genio. Oltre ad avere completamente rivoluzionato il modo di suonare la batteria, con un gusto, una classe, una tecnica e una precisione metronomica mostruosa, ha anche scritto alcuni dei testi più belli ed intimi della storia del rock tutto. Andateli a leggere e vi diranno tutto quanto c’è da sapere su di una delle menti pensanti della storia del rock; un leader, e non un seguace, per dirla come direbbero i Napalm Death. Uno che, circa una decina di anni prima che il cosiddetto prog metal esplodesse, quelle strutture le aveva già pensate e proposte su dischi come Hemispheres, ennesimo lavoro segnante di una carriera, quella dei Rush, che si suddivide in epoche scandite da uno o due lavori per periodo storico che possono essere considerati apici o capolavori tra i capolavori.

La matematica e l’umanesimo riuniti in un artista solo. Il ritmico (ed aritmico) scandire di tempi che prima del suo avvento dietro a quello sgabello venivano considerati assurdi dalla quasi totalità dei colleghi. Quei fill, quelle rullate improvvise, quella precisione che lo facevano distinguere tra mille. La matematica, appunto. Ed il cuore umanistico che pulsava dietro al gusto prima fantasy e sci-fi e poi più personale ed intimo del suo stile di scrittura dei testi, colorati di sfumature ed emozioni alle quali ci si poteva rapportare pesantemente, leggendoli al momento giusto. Scrittura di cui si occupava per i Rush dall’anno in cui sostituì John Rutsey dietro il kit dei canadesi.

Un giorno, nel lontano 1975, dopo che Rutsey aveva deciso di non continuare l’attività live assieme ai sodali Lee e Lifeson per motivi di salute, ecco apparire alla successiva audizione un personaggio in pantaloncini corti che si portava dietro il suo set in grossi bidoni della spazzatura, e che fu apprezzato per quello stile energetico, reminiscente Keith Moon. Da allora il trio fu inossidabile per decenni, e con grande continuità nello sfornare grande musica sempre avanti coi tempi e che ha influenzato tutti i più grandi di oggi e di ieri.

Il glioblastoma se l’è portato via, ed è stato reso noto solo alcuni giorni dopo da Geddy e Alex, lasciando un vuoto mostruoso ed incolmabile. Un vuoto paragonabile soltanto a quello di gente come Lemmy o Chuck Schuldiner.

Per quelli che magari non hanno familiarità con Neil Peart o i Rush perché il cosidetto “prog rock” non è nelle loro corde (e ricordiamoci che però qua parliamo comunque di un artista che travalica i confini generici e confusi delle classificazioni, e che universalmente ha fatto scuola) lascio qua questa clip. Non c’è bisogno di arrivare fino in fondo se non volete, ma guardatevi i primi due minuti e godetevi lo stile e il modo di pensare (perché quello è) di una persona evidentemente non comune. (Piero Tola)

6 commenti

  • Alle porte della primavera di quasi sei anni fa, la donna che amo uscì dal bagno in preda ad una gioia incontenibile. Mi fece vedere il test di gravidanza e iniziammo a ridere e a piangere insieme, ad abbracciarci fino a cadere sfiniti a terra. Alcuni minuti più tardi qualcosa mi spinse a mettere su un brano che in quei giorni ascoltavo a ripetizione, ogni volta che potevo. The Garden, il pezzo che chiude album e carriera di una band unica. Anche oggi ogni volta che la riascolto non posso trattenere le lacrime.
    Ciao Neil.

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  • Amo il Prog, ma con i Rush ho sempre fatto molto fatica ed anche solo per amare “Moving Picture”, il loro lavoro più famoso, ci ho messo mesi e mesi di ascolti. Una cosa era certa, la batteria era una cosa di un altro mondo, e me ne resi conto sin dal primo ascolto. Peart era uno di quei pochi batteristi, che sta avanti la musica, nel senso che non sta li dietro a tenere il tempo, ma lo senti che la musica è proprio trainata dal suo senso ritmico. Un altro batterista che mi da le stesse sensazioni è Christian Vander dei Magma, molto diverso da Neal come stile e tutto, ma ugualmente lo senti proprio con un altro passo rispetto agli altri. Un altro grande musicista e persona che ci lascia.

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  • Grande articolo, hai colmato quella che stavo considerando una grande (e grave) mancanza per questo blog.
    Il glioblastoma si è portato via mia mamma anni fa e ora una parte vitale del mio gruppo preferito.
    Con tutti i musicisti stronzi che ci sono in giro che se la tirano (anche a torto) ….
    Ringraziamolo che possiamo guardare l’impronta massiccia che ha lasciato nel mondo della musica per sempre.

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  • sono tristissimo per neil, era un gigante della musica

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