Avere vent’anni: MARDUK – Nightwing

Nightwing è il primo capitolo della trilogia dedicata a sangue, fuoco e morte che proseguirà poi col violentissimo Panzer Division Marduk (il fuoco) e col più atmosferico La Grande Danse Macabre (la morte). Questo in oggetto, dedicato a Vlad Dracula e quindi al sangue, si pone stilisticamente a metà tra gli altri due, e risulta alla fine dei conti essere l’album più completo e variegato tra quelli con Legion alla voce. Con Nightwing si entra poi pienamente nel periodo truzzo dei Marduk, lontano dalle velleità tradizionaliste della discografia precedente e dallo sperimentalismo malato dell’era-Mortuus. E, fatto salvo Panzer Division, il loro vero capolavoro, un’idea platonica di violenza pura e meravigliosamente senza senso, è proprio Nightwing il lavoro più riuscito della band di Morgan Hakansson.

L’album è diviso in due parti: la prima, Dictionnaire Infernal, basata su blastbeat e rutti in faccia; la seconda, The Warlord of Wallachia, composta da pezzi lenti e sulfurei (a parte la velocissima Kaziklu Bey) in uno stile che potrebbe essere rubricato come black doom, nonostante non credo di aver mai letto questa definizione da nessuna parte. Comunque, essendo il periodo truzzo dei Marduk piuttosto bidimensionale, queste due anime non si incontrano mai, e Nightwing può essere considerato un’anticipazione dei due successivi album nel senso che le due anime vengono semplicemente accostate separatamente. Fa eccezione solo Deme Quaden Thyrane, posta in chiusura, che parte e finisce lenta ma che in mezzo contiene un’accelerazione con blastbeat a manovella come loro solito. 

Ascoltandolo adesso si provano esattamente le stesse emozioni di vent’anni fa. Non credo che nella mia vita smetterò mai di ascoltare Bloodtide (XXX), Of Hells Fire o la titletrack fino a farmi tremare i timpani: ne sentirò sempre il bisogno, perché questo è uno dei dischi che servono per evitare che un giorno io prenda un lanciagranate e mi metta a sparare sulla folla ridendo istericamente e declamando citazioni da 300. Vi dirò di più: sono sopravvissuto fino a questo giorno proprio per cose come Nightwing. È questo il bello di essere metallari: tu giri per la città nella tua vita normale in mezzo alla gente normale, il livello di sopportazione si abbassa tipo la barra della vita di Street Fighter II e inizi a rischiare l’esaurimento nervoso, che in città come Milano la gente tende a pensare di poter curare con lo jogging alle 5 di mattina o con qualche pratica ascetica indiana in versione for dummies in mezzo a vegani, cinquantenni palestrati con la pashmina e donne in carriera con l’anima disseccata che appena nessuno le vede scoppiano a piangere abbracciate al cuscino, affogate nella disperante solitudine che cercano in ogni modo di dissimulare. Mica questi lo sanno che la vera soluzione è prendere delle cuffie belle grosse, mettere i Marduk a cannone e sentirsi avvolti dalle fiamme dell’inferno mentre gridi

For I am death and so you shall be
When on the nightwing you ride with me

Nightwing raggiunge tutti gli scopi che si era prefisso, e alla fine risulta un perfetto incrocio tra malvagità, estremismo slayeriano e cazzonaggine alcolica. Abbastanza per essere preso sul serio, e altrettanto abbastanza per essere usato come sottofondo nei momenti in cui si ha solo voglia di scapocciare e tirare qualche bestemmione catartico senza motivo. Ovvio che si tenda ad ascoltare soprattutto la prima parte, quella tirata a duecento all’ora, ma credetemi: va benissimo anche solo così. (barg)

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