Avere vent’anni: SEPULTURA – Roots

Sepultura-Roots

Con il senno di poi è oltremodo semplice cogliere in Roots molteplici indizi dei contrasti che avrebbero portato la formazione classica dei Sepultura a dividersi e prendere strade differenti. Allo stesso modo non è difficile rilevare in prospettiva tutti i segni premonitori della finaccia che avrebbe fatto Max Cavalera tra berimbau, tamburelli, futebol e ostentazione di amicizie importanti. Ma riascoltare Roots e rileggerlo solo alla luce di delusioni future e di una storia finita male non sarebbe corretto. Se quindi una certa dose di revisionismo è necessario, non solo sull’album ma su alcune tendenze del periodo in genere, non è possibile derubricare tutto esclusivamente ad una pagliacciata terzomondista.

La parte più consistente delle critiche al disco riguarda l’inserimento forzato di elementi di musica tradizionale all’interno di un genere iperconservatore quale l’heavy metal. Soffermarsi esclusivamente su questo argomento, però, vorrebbe dire scordarsi del periodo in cui il disco ha visto la sua genesi. Nel quinquennio precedente erano successe talmente tante cose nell’ambito del metallo che le regole del gioco erano, per molti versi, cambiate. Cito in ordine sparso le vendite milionarie del Black Album, l’industrial, il crossover, i Pantera, eccetera. I grandi vecchi venivano messi in discussione (per la prima e forse unica volta) e in sostanza la sensazione era che nessuno si potesse permettere di restarsene con le chiappe al caldo e pensare di sopravvivere su posizioni acquisite. Le grosse band sentivano di doversi inventare sempre qualcosa e, in un contesto del genere, i Sepultura identificarono nella propria differente provenienza geografica un capitale sul quale bisognava necessariamente investire. L’idea non era del tutto nuova: loro stessi già in Chaos A.D. ci avevano provato con il brano Kaiowas, e, se lì il concetto era appena accennato, in quest’occasione invece decidono di investirci in maniera molto più massiccia, soprattutto in termini di estetica globale dell’album e di rappresentazione di sé stessi. Perché, nonostante l’inedito tribalismo di Roots sia a tratti invasivo, in realtà rimane pur sempre un elemento di corredo e non di reale sostanza. Gli elementi estranei restano quasi sempre al di fuori della struttura dei brani. Le varie Itsari, Jasco e quegli insostenibili tredici (!) minuti di rumorini finali sono solo degli accessori, note di colore all’interno di una struttura piuttosto convenzionale. Caso a parte è Ratamahatta, tentativo di reale fusione che Cavalera proverà a ripetere ad infinitum con risultati via via sempre peggiori. Se vogliamo, l’unico brano davvero sperimentale dell’album è Lookaway che infatti guarda al nu-metal e non agli indigeni dell’Amazzonia.

Più che i bonghetti sparsi qua e là, il vero elemento deviante dell’album è l’impronta globale data dal produttore Ross Robinson, l’ideatore del suono dei Korn che Max Cavalera voleva in qualche maniera copiare. La decisione di affidargli il disco è il classico esempio della paraculaggine del brasiliano di Gaeta, uno da sempre astuto nel cogliere e attingere da tendenze già in giro ma di farlo cinque minuti prima che tutti ci si buttino in maniera indiscriminata. Questo elemento ‘nu’ è più nascosto e meno evidente dei vari tribalismi, ma è di sicuro più insidioso, e rappresenta il reale elemento di sabotaggio al sound classico dei Sepultura. Riprendete ora in mano l’album, riascoltate Breed Apart e vi si paleserà davanti l’ovvio: nella strofa Max sta provando a cantare una linea vocale alla Jonathan Davis con tanto di sdoppiamento e tutto il resto. In generale, dove una volta c’erano le mazzate dirette in faccia, ora c’è una inedita ricerca della tensione tramite l’alternanza di pieni e vuoti. Infatti Roots è uno dei dischi con il maggior numero di brani incompiuti di sempre: ci sono mille frammenti teoricamente efficacissimi che però si perdono in composizioni che cercano uno stile che in fondo non era il loro. Nei brani scritti come sapevano, invece, il lavoro di Ross Robinson riesce a dare un groove (qualsiasi cosa esso sia) che nelle uscite precedenti forse non era mai riuscito ad emergere del tutto, quindi abbiamo roba come Roots Bloody Roots che sono vent’anni che due band la suonano ogni sera pena il linciaggio da parte del pubblico pagante. Ma di capocciate sul naso l’album ne regala più di qualcuna: fra queste troviamo Attitude, Spit e un paio di pezzi di quelli che ancora mi fanno salire il mostro vero quali Cut-Throath o Born Stubborn che è la mia preferita in assoluto.

A distanza di vent’anni Roots è un album confuso, forse più di quanto fosse allora, ma ha retto molto meglio della roba a cui cercava di assomigliare. È un lavoro di un’ambizione smodata, e il suo progetto di voler ridisegnare il metal secondo coordinate completamente nuove sarebbe stato destinato a fallire, ma resta comunque l’ultimo album realmente importante inciso dai suoi protagonisti. Con tutte le sue ingenuità e le sue cappellate, un disco del genere nel 2016 è abbastanza impensabile, e alla fine non sono troppo sicuro che questo sia un bene. (Stefano Greco)

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