IRON MAIDEN – The Book of Souls (Parlophone)

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Troppo spesso accade che la fortuna di un disco sia dovuta a fattori esogeni che prescindono dalla qualità intrinseca dello stesso. Succede, ad esempio, a causa di determinati trend che si sviluppano intorno a un personaggio, a un modo di presentarsi e chissà cos’altro. Ma ciò accade anche quando è il contesto stesso, diciamo la concorrenza, a non essere in grado di offrire valide alternative. Se per gli Iron Maiden quello degli ‘hype’ è un fenomeno che poco o nulla può impattare su un totale di carriera che molto spesso è più lungo dell’età media dei suoi adulatori e seguaci, il contesto può invece risultare assai significativo. Ed è in un contesto come quello attuale, povero come non mai di nuove scoperte e, in generale, di buoni dischi da acquistare e ricordare, che The Book of Souls si guadagna inaspettatamente un suo posto. Perché, nonostante l’album sia tutt’altro che privo di difetti e cali di tensione, a volte anche molto consistenti, l’essere inserito nell’oggi discografico e, nondimeno, venir dopo i più sbagliati, a mio parere, dischi dei Maiden di sempre, potrebbe garantirgli l’accumulo di un buon credito da spendere negli anni a seguire. Nonostante ciò e quanto media, siti e blog più o meno di parte (e più o meno prezzolati) tentino di incensare l’incensabile, perdendo ogni dignità residua, quell’album, se brutto, se inconsistente e se ‘sbagliato’ finirà, prima o poi nel dimenticatoio o nel posto che merita.

Questo per dire che The Book of Souls sembra stia guadagnando buone opinioni e anche buone recensioni, che non dico siano fasulle (tranne in casi eclatanti di ridondante retorica piena di iperboli e priva di contenuti), magari sentite e personali, e quindi stia accumulando un credito che si porterà dietro per un po’. Ma allo sgonfiarsi della ‘bolla’ di pubblicità e del condizionamento dovuto alla opportuna risonanza (opportuna perché quando i Maiden tirano fuori un disco nuovo non si può far finta di nulla o, peggio ancora, fare gli snob), siamo proprio sicuri che il giudizio generale resterà invariato? Personalmente ne ho uno tutto sommato positivo, se non per il semplice fatto che The Book tenta di tirar fuori la band dal guado in cui si era infilata (in cui Harris l’aveva infilata) negli ultimi anni, il guado dei due dischi precedenti, sbagliati e fuori fuoco, e non solo a causa dei pur troppo frequenti ‘svarioni’ prog (o pseudo tali), quelli sono il meno, ma proprio perché non rappresentavano nulla dei Maiden, che non risultavano riconoscibili, se non in pochissimi momenti. Potevano essere lavori di un qualsiasi emulo dei britannici in una qualsiasi dimensione spazio-tempo. È così, infatti, che ho accantonato, senza dar loro nessuna seconda chance, A Matter of Life and Death e The Final Frontier. Non sono gli Iron Maiden come, per dirne una, quelli di Pink Bubbles Go Ape e Chamaleon non erano gli Helloween, molto semplice. Mai esistiti.

2015-02-20_ent_7159583_I1Entriamo più nel merito dell’ album, tutt’altro che privo di difetti e cali, dicevo. Potremmo stare qui a ricordare il minutaggio spropositato ma evitiamo perché è un dato acquisito in partenza e a cui eravamo pronti. Diciamo piuttosto che le ‘lungaggini’ e il continuo tergiversare a volte molesto si manifestano in intro infiniti ma che ti sfiniscono prima ancora che il pezzo entri nel suo vivo, oppure in momentanee perdite di bussola dalla rotta tracciata. Sui difetti potremmo dire che la voce di Bruce Dickinson a volte è sforzatissima. E allora ricordiamo anche l’età anagrafica, che è uscito vincente da un tumore e, insomma, andate anche un po’ affanculo (detrattori della domenica senza umanità). Che Dickinson abbia dei cali è normale; che questi siano così evidenti in fase di registrazione, dove tutto è ritoccato e/o filtrato, è un altro paio di maniche. Credo, comunque, che i pezzi siano stati registrati in momenti diversi (data la lunghezza complessiva non può essere che così), poiché in alcuni brani la voce è molto efficace, e, dunque, in differenti stati di forma del frontman. Ecco, magari non avrei osato così tanto in fase compositiva, cioè avrei limitato i picchi, gli acuti e quant’altro potesse poi mettere in difficoltà Bruce nelle successive esecuzioni live. Evitare la proverbiale zappa sui piedi, insomma. Un altro difetto è rappresentato dalle tastiere che distraggono e non aggiungono atmosfera. Poi ancora: il già sentito. Brave New World ritorna spesso, troppo spesso. Avrà influito il fatto di registrare negli stessi studi utilizzati nel 2000? Mah, tutto può essere. Resta il fatto che il riciclo di riff e cori da quel disco – e non solo quello – è evidente. E ok, l’hanno già fatto in passato, è normale e così e cosà, come vi pare, ma è eclatante, per dire, una The Red and the Black che assomiglia sia a The Wicker Man sia a The Clansman allo stesso tempo. È troppo. Del resto se ti sei prefissato l’obiettivo del doppio disco da undici pezzi di otto minuti di media, oltre a buttarci dentro tutto il possibile, occorre anche che ti ripeta prima o poi.

Ora pare che ne voglia solo parlare male ma non è proprio così. Nel senso che a me questo disco non è dispiaciuto neanche. Contiene brani molto belli come When the River Runs Deep o la title-track ma nel complesso è faticoso, a tratti noioso. La cosa poteva essere risolta e resa più piacevole con meno sforzo, molto meno. C’è dentro troppa roba, troppa da digerire, troppa da assimilare, troppe melodie (anche piacevoli ma solo accennate e non sviluppate), troppi riff, troppi assoli (‘ste maledette TRE chitarre) e, quand’è così, affogare le cose positive nel mare magnum è veramente un attimo, come anche buttare la spugna e passare ad altro. È un disco che soffre di horror vacui. La fissazione per il prog di Harris sembra archiviata mentre sopraggiunge una piacevole aura hard rock che ho molto apprezzato. In conclusione, provando a fare una metafora e prendendo a paradigma il brano di chiusura, quello da 18 minuti voluto e scritto da Dickinson (che, ricordiamolo pure, piloterà personalmente il Boeing 747 che porterà la band in tour), ispirato alla storia del R101, lo zeppelin della Royal Airship, e alla sua fine ingloriosa, Empire of the Clouds rappresenta un po’ la sintesi di questo disco (o il suo destino?). Nel senso che puoi anche costruire una specie di Titanic volante, lungo 200 metri, farlo spingere da cinque motori diesel a otto cilindri da tremila cavalli, poi riempirlo di idrogeno e inzepparne ancora e ancora perché non basta a farlo librare. Se finisce che vai a sbattere contro una collina, incendiando tutto e tutti, a chi darai la colpa? Ad ogni modo, sempre e comunque – ma sempre più faticosamente – up the Irons. (Charles)

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