Noumeni: second wave of thai black metal

Gente che mangia la soia. Per davvero.

Chi segue con una certa assiduità il blog di Metal Skunk sa con quanta passione ci dedichiamo ad investigare scene improponibili ed a catalogare nuovi generi come entomologi in missione nel Borneo. Ad un certo punto l’operazione diventa quasi inconsapevole, si parte da una comunissima ricerca sulle nuove uscite discografiche e si finisce per scoprire il magico mondo del folk metal bielorusso nel giro di pochi istanti. Come degli antropologi della musica ci buttiamo a capofitto verso i luoghi più esotici, ormai con lo stesso sguardo malinconico e disincantato col quale Lévi Strauss descriveva i suoi tristi tropici, seppur privi di quell’astio verso i viaggi e le esplorazioni. Se ne ricava quel gusto sottile della scoperta, la bizzarria da aggiungere alla propria personale collezione a cui fa seguito un tentativo di capire quali siano le dinamiche e le motivazioni sociologiche e psicologiche che giustifichino l’esistenza della scena in questione.

L’introduzione mi serviva per parlarvi dell’oggetto dell’articolo in questione, una scena che non può, umanamente, trovare alcuna giustificazione : la second wave of thai black metal. Se i precedenti noumeni riguardavano soggetti realmente esistenti, seppur ignoti ai comuni mortali, con il black metal thailandese entriamo in un territorio nuovo, il mondo dell’inconoscibile. L’idea che esista una “second wave of thai black metal” presuppone, inanzitutto, che ce ne sia stata una prima e qui sorgono le prime problematiche. Da una ricerca sul nostro fedele sito di riferimento, risultano esistere tre decine di band black metal (e sottogeneri derivati) provenienti dalla Thailandia, la maggior parte delle quali di recente o recentissima formazione, a fronte di non più di cinque gruppi sorti all’alba del nuovo millennio e spariti in breve tempo, dopo aver prodotto poco o nulla e mai sotto l’egida di una casa discografica. I recensori con uno spiccato gusto per il macabro potrebbero ipotizzare che la vera prima ondata di black metal thailandese sia stata quella che nel 2004 ha spazzato via la Thailandia e metà del sud est asiatico. Se così fosse, si tratterebbe del primo caso di scena black metal autodistruggente in grado di portare a compimento i propri propositi nichilisti. 

Qualunque sia la verità, il vero obiettivo di tutto questo scritto era di portare alla vostra attenzione i Dei Tetra, il gruppo “leader” della seconda ondata eccetera eccetera, che è recentemente uscito con un nuovo singolo, Devotees to Flames. Nessuno si prenderebbe la briga di parlare di quattro tizi di Bangkok che, alle soglie del 2013, trovano perfino il coraggio di usare nomi di battaglia come King Aboroth, Kaosis Warmeister o Emperor Viperon, se non fosse che i tizi in questione abbiano scelto una donna come cantante e che la ragazza dimostri un’impressionante dimestichezza con la materia.

Magari si può discutere sull’originalità della proposta , che per quanto più che dignitosa rimane comunque fortemente derivativa, oppure sollevare dubbi visto che in Thailandia rimane sempre aperta la questione del riconoscimento dei diritti sociali per i kathoey, ma a me la tipa inquieta più di Ryan Gosling col giubbottino color panna e oro che spacca teste a calci in ascensore.

Curiosando tra le poche interviste tradotte in una lingua comprensibile, emergono alcuni fatti significativi per capire la portata, non solo dei Dei Tetra, ma di tutto il black thailandese, dalla presunta rivalità con la scena di Singapore fino alle interessanti posizioni sul tema cardine di tutto il black metal: la religione. In sostanza, pur essendo la Thailandia una regione a stragrande maggioranza buddista, i Dei Tetra si autodefiniscono satanisti pagani anticristiani politeisti, con un approccio artistico-filosofico verso il genere (sic!). Tenuto conto dell’incidenza percentuale del cristianesimo in quella regione del globo, è come se un gruppo black metal italiano si schierasse con  feroce furia iconoclasta contro l’associazione omosessuali disabili valdesi.  Al di là delle fredde considerazioni statistiche, il loro mi pare un interessante oggetto di studio: prendersela con le minoranze, attaccare gli usi ed i costumi dei giovani connazionali (“i thailandesi ormai stanno diventando come gli occidentali”, affermano in un’intervista, scatenando perplessità su quel concetto geografico di “occidentale” che racchiude tanto Vancouver quanto Catanzaro, annullando tutte quelle piccole sfumature che ci sono in mezzo) e, contestualmente, dare rilevanza ad una confessione religiosa del tutto marginale nella loro zona, per di più utilizzando linguaggi artistici ed estetici palesemente occidentali. Chapeau. (Matteo Ferri)

2 commenti

  • “Al di là delle fredde considerazioni statistiche, il loro mi pare un interessante oggetto di studio: prendersela con le minoranze, attaccare gli usi ed i costumi dei giovani connazionali (“i thailandesi ormai stanno diventando come gli occidentali”

    Si tratta della così detta sindrome da gioco di ruolo. Anche a me succede spesso. Gioco a Skyrim per qualche ora e poi mi immagino vestito da cornutazzo a percorrere lande innevate mangiando porri grigliati e abbaiando al vento frasi tipo “Fora dai ball” o “Padroni a casa nostra”. A fine gioranta ci si sente realizzati, perchè si è dato un senso alla propria squallida vita e sopratutto non si ha offeso nessuno che possa difendersi.

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  • Ho deciso, formo una black metal band che prende di mira i buddisti italiani e nei testi accuso i giovini italici di star diventando “troppo orientali”.

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