KARMA TO BURN – V (Napalm)

Immaginatevi una corsa in moto nel deserto con sabbia e polvere che vi occludono le vie respiratorie. E’ questo il paragone adatto. Basta aggiungere un suono affumicato come ben si addice a dei brillanti discepoli del verbo Sabbathiano, ed ecco confezionato il quinto album dei Karma to Burn. Sentitevi le prime note di Forty Seven, non credo riuscirete a vedere oltre un palmo dal vostro naso con la tempesta di sabbia che impazza. I riff sono granitici, la musica quasi totalmente strumentale, come al solito (ad eccezione della bella The Cynics e di Jimmy D.). C’è un senso opprimente di pesantezza che non ti abbandona nell’ascolto di questi otto pezzi nuovi (c’è persino una cover di Never Say Die, cantata). E te credo, direte voi… Con i polmoni pieni di pulviscolo è difficile inalare! Questa prova è anche più convincente dell’album del comeback, ovvero quell’Appalachian Incantation che li ha riportati sugli scudi nel 2010 (e che conteneva, nel bonus disc, pure la gustosissima Two Times, con l’ex Kyuss John Garcia dietro il microfono) e che era comunque validissimo.

I due pezzi cantati, tre con la cover, vedono la presenza di Daniel Davies, già voce degli Year Long Disaster, progetto fondato assieme a Rich Mullins, il quale svolge il suo compito in maniera egregia. L’incalzante Forty Eight entra nel cervello col suo bellissimo riff, e fa da preludio alla accattivante The Cynics, davvero ispirata. Seguono gioielli come Forty Nine e Fifty One, le cui ritmiche sincopate entrano in testa al primo ascolto e sono davvero difficili da dimenticare. Capisco la scelta di intitolare i brani in questa maniera. Quello che davvero conta è l’impatto e il susseguirsi dei riff, in un vortice di pezzi strumentali. Allora tanto vale numerarli. Abbiamo davanti una macchina sforna riff, che non si inceppa mai. Voglio dire, chissenefrega dei titoli delle canzoni quando il risultato è questo? Una catena di montaggio che vomita giri su giri di chitarra il cui impatto è quello di un menhir che ti casca sulla testa. Dal vivo sono davvero incredibili. Badano al sodo. In  questo caso sono trentotto minuti di pura goduria, in cui è solo la musica a parlare. Ed è giusto che sia così. Voi direte: ma ogni tanto si ripetono! Embé? Allora perché ascoltare tutti quei bellissimi dischi degli AC/DC e degli Iron Maiden? Perché loro forse non si ripetono? Disco dell’anno. Così è deciso, l’udienza è tolta.  (Piero Tola)

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