PRE ACID FEST @Sinister Noise, Roma, 29.10.11

C’era una volta – e speriamo torni a esserci molto presto – lo Stoned Hand Of Doom, appuntamento immancabile per tutti gli adepti del Sabba Nero che per sei edizioni portò nella capitale mostri sacri come Electric Wizard e Orange Goblin, affiancati da un mucchio di band strafiche sia italiani che internazionali. Quest’anno non si è tenuto, noi ci sentiamo un po’ orfani e, nell’auspicio che tutto torni alla (ab)normalità quello venturo, ci consoliamo con questo Acid Fest, lisergica kermesse spinta più sul versante space e acid rock che su quello prettamente metal. La speranza è quella di poter godere di entrambi i festival nel 2012, unendo doomster e appassionati di viaggi intergalattici in un unico abbraccio fatto di Marshall, pantaloni a zampa e tenere piantine con un buon odore. A galvanizzare i sabbathiani di più stretta osservanza  ha provveduto però la serata di riscaldamento, il Pre Acid Fest ospitato dal Sinister Noise. Quattro gruppi, tutti romani, a ribadire come queste sonorità abbiano sempre trovato terreno piuttosto fertile nel sottosuolo della città eterna.

Ad aprire le danze i The Wisdoom, che ero assai curioso di vedere dal vivo, avendo apprezzato parecchio il loro omonimo ep d’esordio (del quale abbiamo parlato qua), dal quale vengono estratti due trip lunghi e cadenzati che non faticano a coinvolgere un pubblico non foltissimo ma caldo, come conviene al contesto. Al posto del bassista Fabrizio, assente per cause di forza maggiore, troviamo ospite d’onore alle quattro corde Andrea ‘Bj’ Caminiti dei Doomraiser, la cui presenza dà ancora più sicurezza all’ensemble e costruisce un ideale ponte tra il passato e il futuro della scena, come in bilico tra passato e futuro è la musica del quartetto, una sorpresa in studio e una sorpresa dal vivo. Aspettiamo fiduciosi il full length. E’ poi il turno della band più classicamente doom in cartellone: i Misty Morning, che partono con Jellotron e Saint Shroom, rispettivamente b-side e title-track del loro nuovo singolo, che li vede alle prese con sonorità meno scontate e monolitiche rispetto all’ep di debutto Martian Pope, facendo ben sperare per l’imminente Lp. L’eccessivo debito nei confronti dei Cathedral (influenza che, alla luce dell’ultima release, sembra destinata a un ridimensionamento) resta la pecca principale di un act per il resto compatto e convincente alla prova del palco. Highlight personale la già nota, e irresistibile, versione doom del Ballo in fa diesis minore di Angelo Branduardi, figura alle cui affinità elettive con l’universo heavy si è già accennato in altra sede.

Si cambia radicalmente registro con i veterani Void Generator, habitué del club di via Ostiense che ci regalano uno dei migliori show di tutta la due giorni. In pista da quindici anni e autori di un sound composito e dai molteplici riferimenti che va dal progressive allo space rock, interpretano bene lo spirito della serata e mettono da parte i rarefatti trip psichedelici nei quali amano lanciarsi (come dimostrato una volta di più dall’ultimo – ed eccellente – lavoro in studio Phantom Hell And Soar Angelic, pubblicato l’anno scorso) per mostrarci il loro lato più tosto e kyussiano. Vengono quindi privilegiati i pezzi più diretti e ritmati, con delle chitarre che diventano protagoniste e corrono su un avvolgente tappeto di moog e sintetizzatori. Subito dopo il primo pezzo, il cantante Gianmarco accusa un calo di pressione. Forse, abituato come è alle profondità del cosmo, non si sente troppo a suo agio con l’atmosfera terrestre. “Ar massimo te possò da ‘na bira” è la sardonica reazione di Sonia, solida e pragmatica come può essere solo una bassista donna. E’  tutto molto stoner. Poi, per nostra fortuna, Gianmarco si ripiglia e il concerto finisce tra gli applausi. Sono così bravi che avrebbero potuto benissimo essere headliner il giorno successivo e, con il senno di poi della fredda performance dei Vibravoid, non sarebbe stata mica una brutta idea.

Nel frattempo è arrivato pure Trainspotting. Saliamo al piano di sopra per un bicchiere (di Vinum Sabbathi, ovvio) e mi ricordo perché il Sinister Noise mi piace così tanto. All’estetica anni ’60, tra poster di Russ Meyer, motivi optical e ritagli di giornale d’epoca, non sono mai riuscito a resistere. Sono sempre più convinto che nella vita precedente stavo a Berkeley durante la Summer Of Love e sono ovviamente morto in un orribile incidente stradale mentre ero in acido. Torniamo al piano di sotto per i Black Land, ai quali è affidata la chiusura del Pre Acid Fest. Partito da versanti più tradizionalmente metallici, il gruppo si è spostato con il nuovo Extreme Heavy Psych, uscito l’anno scorso, su sonorità più eclettiche e strafattone. Una svolta alla quale è probabile abbiano contribuito i cambi di line-up di qualche anno fa, con l’arrivo del batterista dei Doomraiser Daniele “Er Pinna”, oggi on stage stoicamente ingessato) al basso e di Catena alle sei corde. Si parte con una lunga suite che vede un arcigno Willer chino a occuparsi degli effetti mentre salgono sul palco anche membri di altre band, quasi una jam session sabbatica. Si prosegue a botte di  heavy psych poderoso e pregno di umori esoterici dalla matrice genuinamente doom e si torna a casa soddisfatti e storditi. E il giorno dopo tutti al Traffic a grattare i muri (continua…). (Ciccio Russo)

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