IN FLAMES – Sounds Of A Playground Fading (Century Media)

Anders Fridén ha detto, a proposito delle reazioni agli ultimi dischi degli In Flames, “Perchè la gente ogni volta si incazza? Non lo capisco“. In effetti non lo capisco neanche io. Questo è il decimo disco degli In Flames, il quinto a partire dalla netta sterzata modernista di Reroute To Remain, anno di grazia 2002. Una carriera divisa equamente in due tronconi; certo Clayman è totalmente diverso da Lunar Strain, ma il senso è quello. Pur se una progressione c’è stata negli ultimi dieci anni, gli ultimi dischi della band svedese sono parecchio simili l’un l’altro: incazzarsi ancora adesso, pretendendo magari un altro Subterranean, quando tutto ciò che si ha è una riproposizione più o meno fedele del disco precedente, lo trovo un po’ stupido. Sounds Of A Playground Fading suona nè più nè meno come A Sense Of Purpose, magari un po’ più leggerino e più lineare, ma sempre la stessa roba è. Personalmente avevo le aspettative molto basse a causa dell’unico vero elemento di novità di questo nuovo corso degli In Flames, e cioè lo split di Jesper Stromblad, chitarrista, fondatore e compositore principale della band, oltrechè uno dei maggiori responsabili della nascita della scena di Goteborg a metà degli anni novanta. In effetti il singolo suona come un’imitazione del suono tipico di Come Clarity et similia, però peggiore. Ma, anche se la sostanza rimane più o meno quella, il disco è più piatto e noioso dei precedenti, con pochissime tracce che viene voglia di riascoltare davvero. All’epoca di Reroute To Remain, nella recensione per il MS cartaceo, fui piuttosto critico con quello che ritenni essere nè più nè meno un pastrocchio confuso e disordinato, ulteriormente affossato da una produzione sbagliata e dalla prova vocale fuori contesto di Fridén. Li ho iniziati ad apprezzare via via che si affinavano però, fino a perdere la testa per Come Clarity e A Sense Of Purpose, due album frutto di una band finalmente padrona dei propri mezzi. 

Il problema di SOAPF, arrivati a questo punto, non è tanto che gli In Flames stanno iniziando a ripetersi e a tirare troppo la corda (anche se questo punto non lo sottovaluterei) quanto che è proprio un disco moscio, fiacco, troppo spesso senza infamia e senza lode. Si parte benissimo con la titletrack, ma prima di arrivare ad un’altra canzone decente si deve passare attraverso le forche caudine di pezzi sfiancanti, troppo simili ad altri loro pezzi precedenti (che a loro volta erano già troppo simili a) o a tremendi svarioni prog da fucilata in bocca come in The Attic, ballatona lamentosa nello stile di altre ballatone lamentose dei loro dischi precedenti, però peggiore. Insomma, il concetto penso sia chiaro. Forse le mie previsioni erano troppo nere, ma SOAPF, pur non facendo davvero schifo, è un pesantissimo calo di tono rispetto agli standard. L’assenza di Stromblad inizia già a farsi sentire, ma ho paura che per ora abbiano semplicemente limitato i danni, e che la discesa verso il precipizio sia già irrimediabilmente in corso. Suggerirei di iniziare seriamente a pensare di investire nel settore della ristorazione.
(barg)

17 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...