italianoChitarra [trainspotting]
(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)
KURNALCOOL – Bumba Atomika (1998)
Tutto quello che ho detto sui Kurnalcool è vero. Penso sul serio che siano il miglior gruppo metal italiano di sempre, e che i loro testi raggiungano vette di lirismo altissimo. Gli hipster stanno rivalutando tanto gli 883 perché raccontano la provincia ma non credo conoscano i Kurnalcool, che non solo raccontano la provincia, ma lo fanno dal punto di vista giusto: quello dell’adolescente metallaro alcolizzato, fancazzista, un po’ sfigato e totalmente circondato da casi umani. Tipo Ciccio Russo. Max Pezzali, per dire, era un tamarro brianzolo con il Booster. Ad esempio: quando gli 883 hanno cercato di sfondare, hanno composto Come Mai; i Kurnalcool hanno fatto Volemo Andà Al Festivalbar, che con adeguata promozione potrebbe ambire a devastare le vostre classifiche del cazzo e a sostituire Il Ballo Del Qua Qua nell’immaginario degli americani (tra i quali, a quanto pare, detta canzone gode di enorme popolarità). A me i Kurnalcool hanno salvato la vita. È stato ormai otto anni fa, mi lasciò la ragazza e passai un periodo nerissimo; ne sono uscito in forma smagliante alla fine, ma c’è voluto parecchio; e ho passato mesi e mesi chiuso in casa a giocare a Mario Kart bevendo birra del discount e ascoltando principalmente Kurnalcool e Sentenced. Devo a entrambi la vita, sul serio. I Sentenced mi erano vicini nella sofferenza, e i Kurnalcool mi davano speranza. Tutti e due comunque mi spingevano al consumo di alcolici; ma poteva finire molto peggio, considerando che certa gente in questi casi finisce per iniettarsi eroina sotto le dita dei piedi o ascoltare emo. Io invece in quel periodo ho finito anche due Final Fantasy. E Bumba Atomika mi diceva che c’è del bello a questo mondo, riportandomi alle gioie più semplici della vita: il metallo, il vino, il pane col salame, le zingarate con gli amici, e in un modo più lontano possibile dalla coolness a cui spesso tende il rock’n’roll e dalla quale io, abbrutito a livelli barbari, ero lontanissimo.
Anche Blaze Bayley ti conforta se sei brutto, sfigato e puzzolente; ma Blaze Bayley è un simbolo, un working class hero, una specie di Giobbe del sottoproletariato inglese; i Kurnalcool sono vicini a te, e come te quando stanno messi male si riducono a bere la damigianella de vì da soli sul letto ascoltando il metallo e facendo un casì de Dio. Andare ubriachi con gli amici alle feste patronali e fare gli scemi; lo squallido bar notturno dopo una serata di bevute per farsi l’ultimo amaro (magari quello del carabiniere, che sa proprio di SFIGA di provincia); bere birra sulle sdraio in riva al mare parlando de pallò, de rock e de chi va a chiavà e poi sfottere quello che nel frattempo si addormenta; l’amico che ha la casa in campagna e con una qualsiasi scusa si va là a bere e tirarsi pallonate addosso; eccetera.
E poi Viè A Beve El Vì, che tra uno stornello e l’altro ti dice che qualsiasi cosa ti succeda non ti devi abbattere: la soluzione semplice e naturale è andare con gli amici a bere il vino, perché lo bevevano gli etruschi, lo bevevano i romani, da quando il mondo è mondo lo bevono tutti i cristiani. L’ho già detto mille volte ma mi ripeto: Vì Roscio De Morro, dedicato alla Lacrima di Morro d’Alba, è una delle mie canzoni preferite di sempre.
CARMEN CONSOLI – Mediamente Isterica (1998)
Ci sono legatissimo perché mi ricorda l’ultimo anno di scuola. Penso tuttora che sia un gran disco, anche se lei non si è mai ripetuta a questi livelli, né prima né dopo. Non so dove l’ho letto, forse da Scaruffi, ma sono d’accordo con chi ha detto che Carmen Consoli è un’autrice e musicista dotatissima con pessimi gusti musicali.
Questo è il suo disco più chitarroso, e l’unico che valga davvero la pena di ascoltare dall’inizio alla fine. Besame Giuda, Geisha, Puramente Casuale, Sentivo l’odore (splendida), Quattordici Luglio, Eco Di Sirene; le conosco tutte a memoria, madeleine di un tempo confuso e felice che non tornerà. Non ho mai avuto molta identificazione coi testi, che parlano perlopiù di lei che è incazzatissima con un tipo che a quanto pare deve averla trattata piuttosto male. Mi dispiacerebbe augurarle che succeda di nuovo nella speranza che componga ancora qualcosa di simile; perché, anche se ho smesso di seguirla da tempo, alla Carmen non riesco a non voler bene. Alcuni pezzi li ha risuonati anni dopo, ma non è la stessa cosa. Qui spaccava davvero. Autunno Dolciastro ballatona dei diciassette anni.
DEVIATE LADIES – Religious As Our Methods (1997)
Questo disco ha avuto un impatto devastante nella mia vita. È uno dei primi dischi che mi passò Ciccio, dopo avermi parlato per giorni e giorni, a mensa, della CONFESSIONE. Perché questo è il disco della CONFESSIONE. Si tratta della prima traccia, Nec Sacrilegium Incesti Gratia, che è la registrazione autentica di una confessione in chiesa tra un prete (ignaro di tutto) e un attore, amico del cantante, che dice cose allucinanti. Ma allucinanti. È lunga da spiegare, dovreste ascoltarla da soli. E vi assicuro che ne vale la pena, se la ascoltate capirete perché. Non penso voi possiate avere niente di meglio da fare in questo momento che farvi sconvolgere l’esistenza dalla CONFESSIONE dei Deviate Ladies: (Leggi tutto)
mi ha detto mio cugino che si sono riformati i SOUNDGARDEN
Sarete andati al cinema a vedere The Avengers, no? Voglio dire, se siete lettori di questo blog è normale che ci siate andati, o quantomeno che ci andrete a breve. Non ha dunque senso che mi metta a tessere le lodi del film, probabilmente uno dei più HEAVY METAL della storia del cinema insieme a 300, Conan il Barbaro, The Dark Knight e Ladyhawke; poi c’è pure l’incredibile Hulk che è il personaggio più brutal death di sempre, Thor con il suo mjollnir insieme a LOKI GOD OF FIRE e ultimo ma non ultimo Iron Man che entra in scena con Shoot To Thrill e tiene tutto il tempo una maglietta dei Black Sabbath addosso. Ci tenevo però a rimarcare che nei titoli di coda (dopo la scena finale) parte Live To Rise, il nuovo pezzo dei “Soundgarden”. Rigorosamente tra virgolette perché ok, questa è la formazione originale (o per essere più precisi quella da Badmotorfinger in poi, con Ben Shepherd al basso) però dai, orsù. I Soundgarden. LOL. ROTFL. LMFAO. Ma vaffanculo. (clicca per vedere ‘sto video demmerda)
Roadburn Festival 2012 – 12/13/14 aprile, Tilburg – Olanda
Sull’aereo che mi riporta a casa, con le orecchie che ancora fischiano sono vittima un lieve delirio regressivo, mi sento come in seconda media al ritorno dalla settimana bianca: non deve finire mai, non voglio tornare… Si chiama post-roadburn depression. Non me ne voglia la mia bella famigliola ma a Tilburg mi sento a casa mia, è la mia dimensione, il paese dei balocchi dei miei sogni di adulto (che poi sono gli stessi del ’93). La riff-filled land.
Unica consolazione è la speranza di esserci anche il prossimo anno per un’edizione 2013 che già promette bene; il curatore sarà Jus Osborn e ci saranno gli Electric Wizard (confermato qui), segretissime indiscrezioni danno presenti pure i Saint Vitus con doppio set (uno con Wino, l’altro con Scott Reagers), questa voce è rigorosamente non-confermata ma se ben ricordate lo scorso anno con la storia dei Voivod ci avevamo preso quindi…
Day 1: Symposium of Iommic Research
Dopo una sveglia di mattina presto e una lunga sequenza di trenino – aereo – macchina – eccetera intorno alle tre e venti la prima birra arriva sul tavolo del Polly Maggoo. Sto appoggiando le labbra sul bicchiere quando squilla il cellulare, il nome del mio capo lampeggia intermittente. Terrore. Dopo un attimo di doverosa esitazione decido di rispondere, si tratta di una richiesta semplice, gli rispondo con cortesia e gli comunico un’informazione scorretta. Finisce la telefonata, spengo il cellulare. Ora per tre giorni per favore non rompetemi il cazzo. L’ennesimo sguardo all’intricatissimo bill per tentare di organizzare il migliore itinerario possibile; l’unica certezza è che non ci sarà certo tempo per mangiare, ma chi ha bisogno del pane quando si hanno la birra e il rock’n’roll?
SAINT VITUS – Lillie: F-65 (Season of Mist)
Ci sono band di cui non si può fare a meno. O meglio di cui tu non puoi fare a meno e nemmeno la storia può fare a meno. Una di queste sono i Saint Vitus, indiscutibilmente uno dei gruppi migliori del mondo, come dice una delle tag che usiamo qua a MS. Quello che i Black Sabbath crearono ormai più di quarant’anni fa è stato ripreso e reinventato a seconda degli stili. Band come Pentagram in America e Candlemass in Svezia possono essere annoverate tra i più importanti esecutori della musica lenta ed esasperante, su questo non v’è dubbio alcuno. E poi c’erano (e ci sono ancora, grazie a Belzebù) i Saint Vitus. Semplicemente terrificanti, con il loro sound opprimente e quell’accordatura, con quel wah che ti risuona nelle orecchie, e quei riff… Dio mio, quei riff… Dave Chandler è un personaggio sporco e cattivo. Un drogato allucinato e schizoide. Uno la cui vita si svolge probabilmente a ritmi talmente bassi ma talmente bassi che potrebbe campare altri cento anni e sfornare capolavori a iosa, come già ha fatto a ripetizione negli scorsi decenni, d’altronde.
Una volta, quando vivevo nella “ridente”, piovosa e nebbiosa Forlì (senza offesa per i forlivesi, bravissima gente), vengo svegliato in piena notte da rumori molesti e luci tipo strobo che provenivano dalla strada. Mi affaccio e vedo un’ambulanza in mezzo alla sede stradale, con tanto di lampeggianti accesi. La via dove abitavo io è stretta e a senso unico, in più le macchine parcheggiate da ambo i lati rendono praticamente impossibile il transito in una condizione del genere. Noto una certa frenesia intorno al mezzo. Portantini che escono dalla cabina con una barella in mano e tutta l’attrezzatura da rianimazione, ed irrompono nel palazzo accanto. Dopo un po’ una macchina si infila nella via e, trovando il passaggio ostruito, il conducente decide bene di suonare il clacson e dire all’autista dell’ambulanza qualcosa del tipo “Beh, mo’ ci muoviamo, soc’mel!”. Quello per tutta risposta, con un tono piuttosto alterato, gli fa: “Mo’ non vedi che sta morendo?”. Almeno questo è quello che ho sentito.
Ora, io sono uno di quelli che considerano il silenzio più rumoroso del casino ed è per questo motivo che in tutta la mia carriera universitaria non ho mai potuto fare a meno di studiare con la musica, magari a tutto volume. Stesso discorso vale per il sonno. Per conciliarlo io metto sempre su qualcosa nel mio stereo. E questo qualcosa può essere sia death metal che qualche orchestra swing degli anni quaranta. Poco importa. L’importante è che sia nelle mie corde in quel momento preciso. Indovinate cosa avevo messo su, appena tutto quel frastuono proveniente dalla strada mi aveva svegliato? Beh, era proprio la pesantissima Born Too Late ad accompagnare quei momenti da Real Tivvì. Tragica la vita, tragico il destino. Eppure penso che sarei contento di udire quelle note al momento del mio trapasso. Niente si addice di più. (Leggi tutto)
Coi razzi nel culo. Online il nuovo pezzo dei TURBONEGRO
Io ai TRBNGR e a tutta la Turbojugend devo un po’ qualcosa. A parte che dopo le anticipazioni di Giuliano mi è venuto naturale rispolverare tutti i migliori dischi della band e tanta di quella demenza autodistruttiva che in giovane età ha sempre avuto come intimo sottofondo -che so?- una Prince of the Rodeo, una Age of Pamparius e soprattutto una Hobbit Motherfuckers. In più, sulla scia dell’ansia da prestazione dovuta all’abbandono/pedata nel culo di Hank, ci si aspetta che qualcosa di veramente buono sia pronto a fuoriuscire dalle patte umidicce dei restanti membri della band. Soprattutto se questo qualcosa vien fuori entro l’anno, che già è un anno fantastico a giudicare dalle nuove uscite ma se ci si mettono pure i norvegesi più arrapati di sempre, allora è proprio la fine del mondo.
Sexual Harassment (eh sì, cari miei) è il nuovo disco della band dai tempi in cui Hank è stato rimpiazzato da Tony ‘The Duke of Nothing’ Sylvester (ex qualcosa di una band qualcos’altro parente dei mai troppo compianti sludgecorers Iron Monkey) e pare che uscirà in formato digitale il 13 giugno via Volcom Entertainment e fisicamente su cd e vinile solo ad agosto. Dieci tracce di sodomia omoerotica, peli sul petto e tanto ma tanto denim.
Nel frattempo vi proponiamo in anteprima un pezzo dal nuovo disco. (Leggi tutto)
Musica di un certo livello #7
Sono giunto alla conclusione che blog, riviste, giornali e giornaletti da oggi in poi si divideranno in due categorie: chi parlerà bene degli ultimi Cradle of Filth; chi ne parlerà male. Va da sé che, per quanto mi riguarda, soltanto coloro che rientreranno nella seconda categoria conserveranno una certa credibilità. Perché i CoF di oggi dire che fanno schifo significa voler indorare una pillola amarissima e non ci sono possibili diverse interpretazione al concetto di “fare schifo”. I Cradle hanno saputo smontare secoli di studi di filosofia creando la categoria tutta nuova del “brutto oggettivo”. Certo anche Metal Skunk in passato è caduto in fatale errore addirittura inserendo Dark Dark Venus Acerra in una vecchia playlist. Non so come ciò sia potuto accadere ma diciamo che sono errori di percorso che tutti possono fare. Qualcuno ci accusò pure di avere dei gusti di merda e -a prescindere dai CoF- credo che l’accusa avesse un qualche reale fondamento. L’importante però è riparare al danno. Infatti poi abbiamo preferito porre l’accento sulle uniche caratteristiche che oggigiorno rendono questi signorini davvero grandi, mi riferisco ovvero alla potenza del marketing che sono capaci di sguinzagliare, manco fosse un cane rabbioso, pur di vendere qualche dischettino di merda in più, o ancora alle avventure di quel simpatico burlone di Dani Filth, come la volta in cui fu sdraiato da un’agente di sicurezza o quando rischiò di essere eletto a icona regionale.
A me personalmente Dark Dark Venus Pozzuoli non era piaciuto: una cosetta stupidina capace solo a far riaffiorare reminiscenze post-adolescenziali . Con l’ultima “fatica” (perché è proprio ‘na fatica ascoltarlo tutto) Midnight In The Labyrinth hanno raggiunto il vero fondo del barile proponendo un doppio pallosissimo, insensato, cd. Spicca per essere inascoltabile ma non meno per l’intrinseca inutilità. Una perdita di tempo e di soldi. Non di black metal si tratta ma di una specie di soundtrack, a metà tra Master and Commander e Clash of the Titans (quel filmaccio in cui Zeus liberava il Kraken, cioè capito?), buona nemmeno per un filmetto horror/fantascientifico di serie-D tipo “Vampiri da Venere contro l’armata di zombi cloni”. (Leggi tutto)
R.I.P. Adam Yauch [1964-2012]
Beastie Boys. BB. Bad Brains. Insomma, uno un po’ li ascolta poi vede questo film e ci mette poco a capire perché la band avesse scelto proprio quel nome. L’anno scorso usciva Hot Sauce Committee Part Two, da molti annunciato come quello che doveva essere il grande ritorno in pista di una band invero anni fa persasi un po’ per strada. Poi la questione del sibillino titolo dell’album, dei continui ritardi di pubblicazione di una fantomatica Part One dovuti al peggioramento delle condizioni fisiche di Adam Yauch, che nonostante tutto sul Part Two ci ha cantato eccome. Filtrato, sporco, con voce bassa, ma ci ha cantato. E anche questo ha reso il 2011 un’annata discografica coi fiocchi, eccome.
Adam ci ha lasciati il 4 maggio perché aveva un brutto tumore alla ghiandola salivare e questo, messa in questi termini, gioca più sporco di quella presa per il culo del regista svizzero dei loro video. Dietro il quale si celava, ovviamente, lo stesso Adam. Ma questo non è un gioco. Anche perché, purtroppo, l’ho letto qui, qui e soprattutto qui. Qui il comunicato ufficiale.
Party colossali, attivismo politico e palle quadre. Salutiamoci così. (Nunzio Lamonaca)
italianoChitarra [Giuliano D'Amico]
(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)
MORTUARY DRAPE – Tolling 13 Knell (2000)
Ditemi voi che bisogno c’è dei grim & frostbitten gay bar quando ci sono loro. Dal Monferrato (Blut und Boden) con furore. Una decina d’anni fa vidi Walter benedire la folla con il Barbera rituale all’Indian Saloon. Quella sera – oltre a un memorabile concerto a un Black Celtic Summit a Biella, in cui toccai il culo di uno sconosciuto convinto di fare uno scherzo a un amico e per poco non fui linciato – capii che sarebbero stati il gruppo della mia vita. In realtà avrei potuto parlare di qualsiasi album, perché sono tutti bellissimi tranne l’ultimo. Magari uno dei primi, ma ormai sono tutti diventati filologi del nekrokvlt e sanno tutto sui risvolti psicologici della prima versione di Necromancy, quindi tanto vale prendere Tolling 13 Knell che non se l’è mai cagato nessuno. Io non ho mai capito bene il perché, forse perché è troppo recente (1999 o 2000, non ricordo) e quindi non è abbastanza kvlt. Ma in ‘sto disco c’è di tutto. Ci sono dei pezzi quasi prog e dei pezzi in cui Walter canta in falsetto, oltre che alle solite cavalcate (scusate il luogo comune) thrash e alle atmosfere acide che sanno di scantinato di Alessandria e di casse da morto scoperchiate. Tolling 13 Knell è anche il disco del ritorno del primo bassista, Without Name, che ne fa di tutti i colori insieme all’altro (sì, due bassi) di cui al momento non ricordo il nomignolo. Dite quello che volete, ma a me, quando sento Walter che se la prende con il “Polach Pope” (sì, “Polach”) nelle strofe di Liar Jubileum, mi viene tanta nostalgia di casa. Ora se ne vanno pure a fare da headliner su uno dei palchi del Maryland Deathfest. Chapeau.
INCHIUVATU – Cristu Crastu (1994)
Sono troppo giovane e sono arrivato troppo tardi al black metal per vivere le gioie del tape trading e delle lettere con i caproni fotocopiati. Però Michele (non sono mai riuscito a chiamarlo Agghiastru) è stata l’unica persona del giro black a cui ho scritto lettere fotocopiando la copertina di Hvis lyset tar oss. Avevo quindici anni. Dopo un annetto di comunicazioni epistolari mi spedì finalmente la videocassetta Cristu crastu, che conteneva i video amatoriali di altrettanto amatoriali versioni di pezzi che sarebbero poi finiti su Addisiu. Ricordo poco di quelle immagini, salvo quelle – credo – della title track. Una mano ignota (suppongo la sua) posizionava delle figurine del presepe sotto un albero, per poi pisciarci sopra. Non so cosa ne pensi oggi che fa il cantautore, ma non si può dire che il risultato non fosse ruspante. Poi quei pezzi finirono su quel capolavoro che è il primo album di Inchiuvatu, e il resto è storia. Non so se quella videocassetta valga qualcosa, ma se qualcuno ci è affezionato e vuole farmi arricchire, si faccia avanti.
IL SEGNO DEL COMANDO – st (1997)
Quando li scoprii fu una doppia rivelazione. In primo luogo musicale, che mi portò in breve tempo a scoprire tutto il vario “dark sound” – espressione che non ha mai voluto dire niente – di Atomic Rooster, Amon Düül, Arzachel, Black Widow, Necromandus, e poi tutta quella roba della Black Widow tipo Standarte, Abiogenesi, Gian Castello, Universal Totem Orchestra (in ordine rigorosamente sparso e dimenticandone molti). Una rivelazione simile la ebbi anni più tardi con Jacula, ma non fu così intensa. (Leggi tutto)
E insomma, ve ne aveva già parlato il buon Ciccio in questo post. Io che all’epoca manco ero scribacchino per Metal Skunk subito credetti che, come avviene nei film, il passo successivo al morso di un ragno velenoso dovesse essere necessariamente la trasformazione in una specie di supereroe alla Sam Raimi/Stan Lee. Solo che, a giudicare da cosa si confà più ad una band che parla di Auschwitz, macellai dell’America più reietta che indossano facce di morto alla luna piena, credetti bene che la trasformazione del buon Jeff dovesse essere più simile a un Venom o Carnage che al buon vecchio arrampicamuri del vicinato. E’ anche giusto che sia così, insomma, ad ognuno il suo.
Però non solo col passare del tempo il buon Jeff non accusava alcun miglioramento nell’aderenza ai muri, ma abbiamo anche scoperto che la situazione è possibilmente peggiorata. E qui mi faccio serio, ragazzi, perché se è vero che un morso di ragno è sempre un morso di ragno (uhhh, che figo, guarda! una roba alla Jackass, insomma) è anche vero che negli ultimi tempi la situazione di Jeff si è fatta realmente seria. Coi lucciconi agli occhi gli Slayer stessi comunicano ai loro fan l’attuale stato della loro ascia e della band in generale. (Leggi tutto)
Acid Fest II @Sinister Noise, Roma, 29.04.2012
Che periodo, gente, che periodo. Un paio di settimane fa sono andato a vedere i miei tanto amati Radio Moscow, la settimana scorsa gli Om. Lo scorso fine settimana c’è stato l’Acid Fest. La settimana prossima ci sono gli Sleep, poi, tempo tre giorni, e c’è lo Stoned Hand Of Doom. Una decina di giorni per far tornare le encefaline a livelli normali e ci sono gli Ozric Tentacles. Quattro giorni dopo i Kyuss. Una settimana dopo ho l’esame di fisica nucleare. Voglio dire: BOOM.
Arrivo al Sinister Noise che ho già bevuto un bel pò, quindi la prima cosa che faccio è andare al bagno. Apro la porta senza bussare e mi ritrovo davanti il cantante dei Saviours che caga all’impiedi. Enormi vasi sanguigni fanno capolino da una fronte arrossata grondante sudore. Lo sforzo immane di un uomo che combatte contro i suoi demoni. Richiudo la porta borbottando una infinita serie di sorry, e vado davanti al palco. Ottimo aperitivo gli Ape Skull, trio romano dedito a cover di canzoni rock anni ’60, tra cui spicca una splendida Un Posto del Balletto di Bronzo. Più tardi il cantante dei Danava li ringrazierà come miglior cover band mai ascoltata. E poi a me i batteristi che cantano mi hanno sempre arrapato. Musicalmente parlando, si intende; soprattutto quando ci vanno belli pesanti e sfondano il pedale. Subito dopo sul palco sale L’ira del Baccano, perla psychdoom italiana, a cui vogliamo un gran bene anche solo per il nome, trovatemene uno più fico. I nostri quattro simpatici fricchettoni (già visti in occasione della prima edizione) suonano quaranta minuti di musica strumentale e complessa, anche tecnicamente, ma mai noiosa o fine a se stessa. È loro il momento più psichedelico dell’intero festival. Giusto il tempo di cominciare a spizzare le t-shirt appese al muro che è ora dei Saviours, primi coheadliner della serata. (Leggi tutto)
Springsteen è ancora il cantore dei disillusi, è il portavoce degli hard workers, di quelli che si spaccano la schiena, in un modo più orientato all’aspetto sociale che non a quello politico, un uomo de facto assurto a paradigma dei self-made-men. Lo spettacolo increscioso di questa America di oggi è per lui l’ennesima conferma del fallimento di un’idea che appartiene ad altre epoche. Bruce è uno che ha i piedi per terra, con radici ben affondate nel suolo natio, per questo motivo non sputa nel piatto in cui mangia perché, anche se porta avanti una critica molto aspra, fondamentalmente rimane un patriota, uno che ama profondamente il suo Paese ma quella parte di Paese fatta di gente comune. Pur avendo alle spalle una quantità impressionante di canzoni che hanno segnato la storia del rock e del folk mondiale scrive musica ancora ispiratissima e meravigliosa; dopo così tanti album sente di non aver detto tutto. Sarà pure lo stesso concetto che va ripetendo da anni in forme diverse ma è anche chiaro come questo messaggio sia stato compreso da pochi (o quantomeno sono pochi coloro che ne hanno preso atto) e forse è il caso di rinfrescare le memorie corte. Del resto la sua parola è pesante; pesa a causa della persona che è e del personaggio che è diventato. Piuttosto che rivolgere la testa verso un’epoca d’oro che non c’è mai stata vive costantemente nel presente, la cui cruda quotidianità non può che essere ancora una volta la chiave di un’interpretazione quasi esclusiva delle cose, una visione non filtrata da preconcetti ma anche inevitabilmente afflitta da pessimismo. Per aspera ad astra, dalle difficoltà nascono i successi, le migliori intuizioni e quest’uomo, a 62 anni suonati, riesce ancora a raccontare l’ordinario in modo stra-ordinario, i problemi quotidiani in modo semplice, continua ad usare le stesse preziose tempere per arricchire quell’enorme tela che è la vita vissuta in America; gioca di sfumature, luci ed ombre per consentire a noi, che viviamo dall’altro capo del filo, di capire cosa diavolo sta succedendo lì, dove tutto quello che accade ha un riverbero fortissimo sul resto del mondo. Come un moderno Fitzgerald traccia le linee del vivere comune e come raffigura la vacuità della scalata sociale così rappresenta la realtà come essa si presenta liberandola dalle illusorie astrazioni del sogno americano riconducendoci nel basso delle strade polverose d’America, nelle periferie o nei sobborghi di provincia nati intorno ad una gasoline station, una miniera, una ferrovia, lì dove c’è solo lavoro, fatica e sudore. (Leggi tutto)
Ti ricordi il primo Ep? Nuovo disco per i PHOBIA
Il primo Ep dei Phobia cerco sempre di infilarlo in qualche discussione su quanto sia bello entrare in un negozio di dischi ed uscirne rinnovato nello spirito con più rarità e curiosità musicofile di quanto farebbe un Mike Patton qualunque. Forse perché l’adesivo UNDERGROUND SERIES della Relapse fa sempre un bell’effetto CVLTO o forse, molto più semplicemente, perché gli esordi della band erano cosa talmente distante dalla formula agile e veloce che ormai ci propongono da qualche tempo da donare a quegli anni un alone di magia crusty andata per sempre. Fatto sta che ormai la band, rinnovata come ormai accade da molti anni con membri di Noisear, Kill The Client e Gridlink, si prepara a pubblicare via Willowtip un nuovo disco che si chiamerà Remnants Of Filth. Il 5 Giugno comprate un chilo di salsiccia in meno e conservate un paio di dindini per il nuovo ricettario grind dei Phobia. Produce Scott Hull e questo potrebbe piacerci veramente un sacco. Di sotto il singolo come anticipo del nuovo disco. A me mi piace, come del resto mi piacque un sacco lo split con i Gadget. Ciao.























