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italianoChitarra [trainspotting]

12 maggio 2012

(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

KURNALCOOL Bumba Atomika (1998)
Tutto quello che ho detto sui Kurnalcool è vero. Penso sul serio che siano il miglior gruppo metal italiano di sempre, e che i loro testi raggiungano vette di lirismo altissimo. Gli hipster stanno rivalutando tanto gli 883 perché raccontano la provincia ma non credo conoscano i Kurnalcool, che non solo raccontano la provincia, ma lo fanno dal punto di vista giusto: quello dell’adolescente metallaro alcolizzato, fancazzista, un po’ sfigato e totalmente circondato da casi umani. Tipo Ciccio Russo. Max Pezzali, per dire, era un tamarro brianzolo con il Booster. Ad esempio: quando gli 883 hanno cercato di sfondare, hanno composto Come Mai; i Kurnalcool hanno fatto Volemo Andà Al Festivalbar, che con adeguata promozione potrebbe ambire a devastare le vostre classifiche del cazzo e a sostituire Il Ballo Del Qua Qua nell’immaginario degli americani (tra i quali, a quanto pare, detta canzone gode di enorme popolarità). A me i Kurnalcool hanno salvato la vita. È stato ormai otto anni fa, mi lasciò la ragazza e passai un periodo nerissimo; ne sono uscito in forma smagliante alla fine, ma c’è voluto parecchio; e ho passato mesi e mesi chiuso in casa a giocare a Mario Kart bevendo birra del discount e ascoltando principalmente Kurnalcool e Sentenced. Devo a entrambi la vita, sul serio. I Sentenced mi erano vicini nella sofferenza, e i Kurnalcool mi davano speranza. Tutti e due comunque mi spingevano al consumo di alcolici; ma poteva finire molto peggio, considerando che certa gente in questi casi finisce per iniettarsi eroina sotto le dita dei piedi o ascoltare emo. Io invece in quel periodo ho finito anche due Final Fantasy. E Bumba Atomika mi diceva che c’è del bello a questo mondo, riportandomi alle gioie più semplici della vita: il metallo, il vino, il pane col salame, le zingarate con gli amici, e in un modo più lontano possibile dalla coolness a cui spesso tende il rock’n’roll e dalla quale io, abbrutito a livelli barbari, ero lontanissimo.
Anche Blaze Bayley ti conforta se sei brutto, sfigato e puzzolente; ma Blaze Bayley è un simbolo, un working class hero, una specie di Giobbe del sottoproletariato inglese; i Kurnalcool sono vicini a te, e come te quando stanno messi male si riducono a bere la damigianella de vì da soli sul letto ascoltando il metallo e facendo un casì de Dio. Andare ubriachi con gli amici alle feste patronali e fare gli scemi; lo squallido bar notturno dopo una serata di bevute per farsi l’ultimo amaro (magari quello del carabiniere, che sa proprio di SFIGA di provincia); bere birra sulle sdraio in riva al mare parlando de pallò, de rock e de chi va a chiavà e poi sfottere quello che nel frattempo si addormenta; l’amico che ha la casa in campagna e con una qualsiasi scusa si va là a bere e tirarsi pallonate addosso; eccetera.
E poi Viè A Beve El Vì, che tra uno stornello e l’altro ti dice che qualsiasi cosa ti succeda non ti devi abbattere: la soluzione semplice e naturale è andare con gli amici a bere il vino, perché lo bevevano gli etruschi, lo bevevano i romani, da quando il mondo è mondo lo bevono tutti i cristiani. L’ho già detto mille volte ma mi ripeto: Vì Roscio De Morro, dedicato alla Lacrima di Morro d’Alba, è una delle mie canzoni preferite di sempre.

CARMEN CONSOLI Mediamente Isterica (1998)
Ci sono legatissimo perché mi ricorda l’ultimo anno di scuola. Penso tuttora che sia un gran disco, anche se lei non si è mai ripetuta a questi livelli, né prima né dopo. Non so dove l’ho letto, forse da Scaruffi, ma sono d’accordo con chi ha detto che Carmen Consoli è un’autrice e musicista dotatissima con pessimi gusti musicali. Questo è il suo disco più chitarroso, e l’unico che valga davvero la pena di ascoltare dall’inizio alla fine. Besame Giuda, Geisha, Puramente CasualeSentivo l’odore (splendida)Quattordici Luglio, Eco Di Sirene; le conosco tutte a memoria, madeleine di un tempo confuso e felice che non tornerà. Non ho mai avuto molta identificazione coi testi, che parlano perlopiù di lei che è incazzatissima con un tipo che a quanto pare deve averla trattata piuttosto male. Mi dispiacerebbe augurarle che succeda di nuovo nella speranza che componga ancora qualcosa di simile; perché, anche se ho smesso di seguirla da tempo, alla Carmen non riesco a non voler bene. Alcuni pezzi li ha risuonati anni dopo, ma non è la stessa cosa. Qui spaccava davvero. Autunno Dolciastro ballatona dei diciassette anni.

DEVIATE LADIES Religious As Our Methods (1997)
Questo disco ha avuto un impatto devastante nella mia vita. È uno dei primi dischi che mi passò Ciccio, dopo avermi parlato per giorni e giorni, a mensa, della CONFESSIONE. Perché questo è il disco della CONFESSIONE. Si tratta della prima traccia, Nec Sacrilegium Incesti Gratia, che è la registrazione autentica di una confessione in chiesa tra un prete (ignaro di tutto) e un attore, amico del cantante, che dice cose allucinanti. Ma allucinanti. È lunga da spiegare, dovreste ascoltarla da soli. E vi assicuro che ne vale la pena, se la ascoltate capirete perché. Non penso voi possiate avere niente di meglio da fare in questo momento che farvi sconvolgere l’esistenza dalla CONFESSIONE dei Deviate Ladies: (Leggi tutto)

Masters of Death: intervista agli Entombed

11 maggio 2012

All’inizio volevo farla con Lars Goran Petrov, che come personaggio è più pittoresco. Entro nel backstage e ha l’aria stremata. E’ appena sceso dal palco, dove aveva sputato anche l’anima, e si è già concesso per un colloquio con un collega, quindi è comprensibile. Non mi reggo in piedi, puoi chiedere ad Alex (Hellid, il chitarrista nonché l’altro unico membro della line-up originaria superstite)? Ci guardiamo con quell’empatia che esiste solo tra i bevitori professionisti e decido di non insistere. Neanch’io sto combinato molto bene, del resto, ma a un concerto degli Entombed è difficile non sbronzarsi. Faccio per tirare fuori la mia copia di Left Hand Path per fargliela autografare e mi rendo conto di essermi portato dietro il cd di Clandestine, l’unico dove lui non canta. Dribblo la figura di merda all’ultimo momento porgendogli da firmare il notes. Lui si accende l’ennesima sigaretta perlpesso e finisce di collassare. Io vedo il foglio con la scaletta in terra, non resisto, me lo infilo in tasca senza manco chiedergli il permesso ed esco. In quel momento mi viene in mente quello che mi ripetono sempre i miei amici più stretti: vedi, Ciccio, noi ti facciamo passare tutto perché ti conosciamo e sappiamo che non sei una cattiva persona ma, ecco, spesso ti comporti in modo allucinante senza che te ne renda neanche conto. Trovo Alex, che invece è fresco come una rosa. Somiglia più al batterista di un gruppo HC straight edge che al chitarrista di uno dei gruppi death metal più importanti dell’universo.

Facciamo che ti nomino tutti i vostri dischi e per ciascuno mi dici le prime cose che ti vengono in mente, come dallo psicologo: Left Hand Path…

Eravamo giovanissimi, ci abbiamo buttato le canzoni che stavano nelle demo ma eravamo consci di aver fatto qualcosa di diverso…

Ma non credo immaginaste cosa avrebbe significato quell’album…

Beh, no ma c’era molto entusiasmo. Eravamo solo dei ragazzini, era il nostro primo disco, era tutto molto spontaneo ma volevamo cercare di essere una band diversa da tutte le altre… Con Clandestine migliorammo tantissimo, lavorammo con più calma. Alcuni pezzi di Left Hand Path risalivano ai tempi dei Nihilist, nel frattempo eravamo cambiati e maturati parecchio, eravamo in grado di scrivere brani più complessi e articolati, c’è più melodia ma anche più oscurità, adoro suonare quel materiale dal vivo.

E’ l’unico disco senza Lars. Perché se ne era andato?

Si era lasciato con la ragazza, stava a pezzi.

Ed è davvero l’unico motivo per il quale aveva lasciato la band? Si era parlato di problemi con Nicke Andersson, il vostro batterista di allora…

Non erano scazzi legati direttamente al gruppo ma a come si sentiva Lars in quel momento. Ci era rimasto molto male per la fine di quella relazione, andammo avanti un anno senza di lui, in quel momento era troppo preso dai suoi problemi personali per stare dietro agli Entombed e questa cosa andava rispettata. Ci fu un momento nel quale sembrò davvero non dover tornare più e ci mettemmo alla ricerca di un altro cantante, non avevamo altre vie d’uscita.

Con Johnny Dordevic faceste giusto qualche concerto, però, sul disco canta Nicke.

Nicke aveva scritto buona parte dei pezzi quindi sapeva benissimo come avrebbero dovuto essere cantati. (Leggi tutto)

mi ha detto mio cugino che si sono riformati i SOUNDGARDEN

10 maggio 2012

uno che ha sentito il pezzo e l’ha presa male

Sarete andati al cinema a vedere The Avengers, no? Voglio dire, se siete lettori di questo blog è normale che ci siate andati, o quantomeno che ci andrete a breve. Non ha dunque senso che mi metta a tessere le lodi del film, probabilmente uno dei più HEAVY METAL della storia del cinema insieme a 300, Conan il Barbaro, The Dark Knight e Ladyhawke; poi c’è pure l’incredibile Hulk che è il personaggio più brutal death di sempre, Thor con il suo mjollnir insieme a LOKI GOD OF FIRE e ultimo ma non ultimo Iron Man che entra in scena con Shoot To Thrill e tiene tutto il tempo una maglietta dei Black Sabbath addosso. Ci tenevo però a rimarcare che nei titoli di coda (dopo la scena finale) parte Live To Rise, il nuovo pezzo dei “Soundgarden”. Rigorosamente tra virgolette perché ok, questa è la formazione originale (o per essere più precisi quella da Badmotorfinger in poi, con Ben Shepherd al basso) però dai, orsù. I Soundgarden. LOL. ROTFL. LMFAO. Ma vaffanculo. (clicca per vedere ‘sto video demmerda)

Roadburn Festival 2012 – 12/13/14 aprile, Tilburg – Olanda

10 maggio 2012

Sull’aereo che mi riporta a casa, con le orecchie che ancora fischiano sono vittima un lieve delirio regressivo, mi sento come in seconda media al ritorno dalla settimana bianca: non deve finire mai, non voglio tornare… Si chiama post-roadburn depression. Non me ne voglia la mia bella famigliola ma a Tilburg mi sento a casa mia, è la mia dimensione, il paese dei balocchi dei miei sogni di adulto (che poi sono gli stessi del ’93). La riff-filled land.

Unica consolazione è la speranza di esserci anche il prossimo anno per un’edizione 2013 che già promette bene; il curatore sarà Jus Osborn e ci saranno gli Electric Wizard (confermato qui), segretissime  indiscrezioni danno presenti pure i Saint Vitus con doppio set (uno con Wino, l’altro con Scott Reagers), questa voce è rigorosamente non-confermata  ma se ben ricordate lo scorso anno con la storia dei Voivod ci avevamo preso quindi…

Day 1: Symposium of Iommic Research

Dopo una sveglia di mattina presto e una lunga sequenza di trenino – aereo – macchina – eccetera intorno alle tre e venti la prima birra arriva sul tavolo del Polly Maggoo. Sto appoggiando le labbra sul bicchiere quando squilla il cellulare, il nome del mio capo lampeggia intermittente. Terrore. Dopo un attimo di doverosa esitazione decido di rispondere, si tratta di una richiesta semplice, gli rispondo con cortesia e gli comunico un’informazione scorretta. Finisce la telefonata, spengo il cellulare. Ora per tre giorni per favore non rompetemi il cazzo. L’ennesimo sguardo all’intricatissimo bill per tentare di organizzare il migliore itinerario possibile; l’unica certezza è che non ci sarà certo tempo per mangiare, ma chi ha bisogno del pane quando si hanno la birra e il rock’n’roll?

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SAINT VITUS – Lillie: F-65 (Season of Mist)

9 maggio 2012

Ci sono band di cui non si può fare a meno. O meglio di cui tu non puoi fare a meno e nemmeno la storia può fare a meno. Una di queste sono i Saint Vitus, indiscutibilmente uno dei gruppi migliori del mondo, come dice una delle tag che usiamo qua a MS. Quello che i Black Sabbath crearono ormai più di quarant’anni fa è stato ripreso e reinventato a seconda degli stili. Band come Pentagram in America e Candlemass in Svezia possono essere annoverate tra i più importanti esecutori della musica lenta ed esasperante, su questo non v’è dubbio alcuno. E poi c’erano (e ci sono ancora, grazie a Belzebù) i Saint Vitus. Semplicemente terrificanti, con il loro sound opprimente e quell’accordatura, con quel wah che ti risuona nelle orecchie, e quei riff… Dio mio, quei riff… Dave Chandler è un personaggio sporco e cattivo. Un drogato allucinato e schizoide. Uno la cui vita si svolge probabilmente a ritmi talmente bassi ma talmente bassi che potrebbe campare altri cento anni e sfornare capolavori a iosa, come già ha fatto a ripetizione negli scorsi decenni, d’altronde.

Una volta, quando vivevo nella “ridente”, piovosa e nebbiosa Forlì (senza offesa per i forlivesi, bravissima gente), vengo svegliato in piena notte da rumori molesti e luci tipo strobo che provenivano dalla strada. Mi affaccio e vedo un’ambulanza in mezzo alla sede stradale, con tanto di lampeggianti accesi. La via dove abitavo io è stretta e a senso unico, in più le macchine parcheggiate da ambo i lati rendono praticamente impossibile il transito in una condizione del genere. Noto una certa frenesia intorno al mezzo. Portantini che escono dalla cabina con una barella in mano e tutta l’attrezzatura da rianimazione, ed irrompono nel palazzo accanto. Dopo un po’ una macchina si infila nella via e, trovando il passaggio ostruito, il conducente decide bene di suonare il clacson e dire all’autista dell’ambulanza qualcosa del tipo “Beh, mo’ ci muoviamo, soc’mel!”. Quello per tutta risposta, con un tono piuttosto alterato, gli fa: “Mo’ non vedi che sta morendo?”. Almeno questo è quello che ho sentito.

Ora, io sono uno di quelli che considerano il silenzio più rumoroso del casino ed è per questo motivo che in tutta la mia carriera universitaria non ho mai potuto fare a meno di studiare con la musica, magari a tutto volume. Stesso discorso vale per il sonno. Per conciliarlo io metto sempre su qualcosa nel mio stereo. E questo qualcosa può essere sia death metal che qualche orchestra swing degli anni quaranta. Poco importa. L’importante è che sia nelle mie corde in quel momento preciso. Indovinate cosa avevo messo su, appena tutto quel frastuono proveniente dalla strada mi aveva svegliato? Beh, era proprio la pesantissima Born Too Late ad accompagnare quei momenti da Real Tivvì. Tragica la vita, tragico il destino. Eppure penso che sarei contento di udire quelle note al momento del mio trapasso. Niente si addice di più. (Leggi tutto)

Coi razzi nel culo. Online il nuovo pezzo dei TURBONEGRO

8 maggio 2012

Io ai TRBNGR e a tutta la Turbojugend devo un po’ qualcosa. A parte che dopo le anticipazioni di Giuliano mi è venuto naturale rispolverare tutti i migliori dischi della band e tanta di quella demenza autodistruttiva che in giovane età ha sempre avuto come intimo sottofondo -che so?- una Prince of the Rodeo, una Age of Pamparius e soprattutto una Hobbit Motherfuckers. In più, sulla scia dell’ansia da prestazione dovuta all’abbandono/pedata nel culo di Hank, ci si aspetta che qualcosa di veramente buono sia pronto a fuoriuscire dalle patte umidicce dei restanti membri della band. Soprattutto se questo qualcosa vien fuori entro l’anno, che già è un anno fantastico a giudicare dalle nuove uscite ma se ci si mettono pure i norvegesi più arrapati di sempre, allora è proprio la fine del mondo.

Sexual Harassment (eh sì, cari miei) è il nuovo disco della band dai tempi in cui Hank è stato rimpiazzato da Tony ‘The Duke of Nothing’ Sylvester (ex qualcosa di una band qualcos’altro parente dei mai troppo compianti sludgecorers Iron Monkey) e pare che uscirà in formato digitale il 13 giugno via Volcom Entertainment e fisicamente su cd e vinile solo ad agosto. Dieci tracce di sodomia omoerotica, peli sul petto e tanto ma tanto denim.

Nel frattempo vi proponiamo in anteprima un pezzo dal nuovo disco. (Leggi tutto)

Musica di un certo livello #7

8 maggio 2012

la chiamavano bocca di rosa metteva l'amore metteva l'amore...

Sono giunto alla conclusione che blog, riviste, giornali e giornaletti da oggi in poi si divideranno in due categorie: chi parlerà bene degli ultimi Cradle of Filth; chi ne parlerà male. Va da sé che, per quanto mi riguarda, soltanto coloro che rientreranno nella seconda categoria conserveranno una certa credibilità. Perché i CoF di oggi dire che fanno schifo significa voler indorare una pillola amarissima e non ci sono possibili diverse interpretazione al concetto di “fare schifo”. I Cradle hanno saputo smontare secoli di studi di filosofia creando la categoria tutta nuova del “brutto oggettivo”. Certo anche Metal Skunk in passato è caduto in fatale errore addirittura inserendo Dark Dark Venus Acerra in una vecchia playlist. Non so come ciò sia potuto accadere ma diciamo che sono errori di percorso che tutti possono fare. Qualcuno ci accusò pure di avere dei gusti di merda e -a prescindere dai CoF- credo che l’accusa avesse un qualche reale fondamento. L’importante però è riparare al danno. Infatti poi abbiamo preferito porre l’accento sulle uniche caratteristiche che oggigiorno rendono questi signorini davvero grandi, mi riferisco ovvero alla potenza del marketing che sono capaci di sguinzagliare, manco fosse un cane rabbioso, pur di vendere qualche dischettino di merda in più, o ancora alle avventure di quel simpatico burlone di Dani Filth, come la volta in cui fu sdraiato da un’agente di sicurezza o quando rischiò di essere eletto a icona regionale.

A me personalmente Dark Dark Venus Pozzuoli non era piaciuto: una cosetta stupidina capace solo a far riaffiorare reminiscenze post-adolescenziali . Con l’ultima “fatica” (perché è proprio ‘na fatica ascoltarlo tutto) Midnight In The Labyrinth hanno raggiunto il vero fondo del barile proponendo un doppio pallosissimo, insensato, cd. Spicca per essere inascoltabile ma non meno per l’intrinseca inutilità. Una perdita di tempo e di soldi. Non di black metal si tratta ma di una specie di soundtrack, a metà tra Master and Commander e Clash of the Titans (quel filmaccio in cui Zeus liberava il Kraken, cioè capito?), buona nemmeno per un filmetto horror/fantascientifico di serie-D tipo “Vampiri da Venere contro l’armata di zombi cloni”. (Leggi tutto)

HOUR OF PENANCE – Sedition (Prosthetic Records)

7 maggio 2012

Quando c’è una qualche discussione che preferisco approfondire prima di affrontarla di petto, non importa se riguardante l’esistenza, il metal o il cunnus –sono sincero- piglio e contatto un mio amico. Con lui ho parlato delle peggiori porcate, roba che il confronto la supposta strafottenza della buon’anima di Funari sembra provenire al massimo da un Parini qualsiasi, da un cortigiano in vena di arguzia. Con lui gli do dentro veramente tanto, roba che a fine telefonata mi vergogno quasi di aver pensato e detto quelle cose, quando il mio retroterra cattolico si fa sentire sempre più e preme per farmi rimangiare ogni singola cosa spuntata dalla mie labbra. Ma ora finalmente credo di aver capito tale dinamica da senso di colpa.

Il mio amico è uno di quelli che a fronte di mille e mille avventure erotiche ed esistenziali ancora riesce a mantenere un apparente incanto, e riesce benissimo a far perdurare nell’esistenza più in generale uno sbalorditivo ardore di vita (sotto la ferma scorza dell’autocontrollo) che temo io non avrò mai. Ad esempio, quando lui mi racconta di aver inchiappettato ben bene una ragazza appena conosciuta chissà dove, so bene quale saranno e come si prefigureranno le nostre rispettive posizioni. Io, un po’ censore per quanto divertito, sono quello che ma dai… la tua ragazza, ma dai non perderci la testa, ma dai questo e quello. Lui, apparentemente più beatnik, mi fa ma dai, una bella settimana di follia non può mica far male etc. Il punto, come ho cercato più volte di spiegargli, non è quanti amplessi anali potrà mai avere in una settimana da dio e quanti potrò mai bocciargliene, diciamo. È ben altro e cioè che non posso accettare in alcun modo che la sua irreprensibile moralità ecumenica possa cedere sotto i colpi d’anca di una ragazza qualsiasi. Vuol inchiappettare una ragazza? Bene, fallo. Che bisogno c’è di trasformare il tutto in una cornice di follia e romanticismo languido solo per giustificare un bel paio di chiappe? Non è meglio accettare con dovuto cinismo che in quel momento volevi dargli di cesello e stop?

È esattamente lì che le nostre strade si dividono, senza calcolare che lui manco è un metallaro.

Come intro non c’è male, diciamo. Credo che se sarete riusciti ad intercettare per bene le mie intenzioni capirete che, trasposto nel mondo del metal, questo altro non è che il mio personalissimo teorema dei Misery Index. Roberto, o chi per lui, inventò il teorema degli Ulver, io quello dei Misery Index.

In poche parole fa così: non importa quanti dischi farai (uno spera sempre meno sennò la deriva Ac/Dc può far seriamente male), perché se suoni qualcosa a cavallo tra death, grind e brutal sarà difficile mantenere inalterati gli stessi standard associandoli a genuine innovazioni. Piuttosto ogni disco che incidi sarà sempre più tosto e violento del precedente e se possibile sfonderà la barriera del suono che hai costruito e normalizzato con le precedenti esperienze discografiche. (Leggi tutto)

R.I.P. Adam Yauch [1964-2012]

6 maggio 2012

Beastie Boys. BB. Bad Brains. Insomma, uno un po’ li ascolta poi vede questo film e ci mette poco a capire perché la band avesse scelto proprio quel nome. L’anno scorso usciva Hot Sauce Committee Part Two, da molti annunciato come quello che doveva essere il grande ritorno in pista di una band invero anni fa persasi un po’ per strada. Poi la questione del sibillino titolo dell’album, dei continui ritardi di pubblicazione di una fantomatica Part One dovuti al peggioramento delle condizioni fisiche di Adam Yauch, che nonostante tutto sul Part Two ci ha cantato eccome. Filtrato, sporco, con voce bassa, ma ci ha cantato. E anche questo ha reso il 2011 un’annata discografica coi fiocchi, eccome.

Adam ci ha lasciati il 4 maggio perché aveva un brutto tumore alla ghiandola salivare e questo, messa in questi termini, gioca più sporco di quella presa per il culo del regista svizzero dei loro video. Dietro il quale si celava, ovviamente, lo stesso Adam. Ma questo non è un gioco. Anche perché, purtroppo, l’ho letto qui, qui e soprattutto quiQui il comunicato ufficiale.

Party colossali, attivismo politico e palle quadre. Salutiamoci così. (Nunzio Lamonaca)

as the children of Bodom take their last breath

6 maggio 2012

Un po’ per trainare il tour dei festival estivi, un po’ per celebrare la recente vittoria ai Grammy Awards finlandesi come best metal album of 2011, un po’ perché ad Alexi Laiho e compari piace parecchio cazzeggiare, ecco il nuovo video dei Children Of Bodom, tratto da Relentless Reckless Forever, l’ultimo album uscito ormai più di un anno fa:

Sul pezzo in sé non c’è moltissimo da dire; è divertente, orecchiabile e cazzeggione; mentre lo ascolti batti il piedino e ti viene da fare air guitar, e dopo 5 minuti te lo sei già dimenticato; tutto perfettamente in linea con la tradizione degli ultimi Bodom. Parlarne male proprio non si può; parlarne troppo bene, neanche. Premete play, godetene per i 4’16’’ della sua durata e poi tornate alle vostre occupazioni abituali. Viva la primavera.

italianoChitarra [Giuliano D'Amico]

5 maggio 2012

(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

MORTUARY DRAPE – Tolling 13 Knell (2000)
Ditemi voi che bisogno c’è dei grim & frostbitten gay bar quando ci sono loro. Dal Monferrato (Blut und Boden) con furore. Una decina d’anni fa vidi Walter benedire la folla con il Barbera rituale all’Indian Saloon. Quella sera – oltre a un memorabile concerto a un Black Celtic Summit a Biella, in cui toccai il culo di uno sconosciuto convinto di fare uno scherzo a un amico e per poco non fui linciato – capii che sarebbero stati il gruppo della mia vita. In realtà avrei potuto parlare di qualsiasi album, perché sono tutti bellissimi tranne l’ultimo. Magari uno dei primi, ma ormai sono tutti diventati filologi del nekrokvlt e sanno tutto sui risvolti psicologici della prima versione di Necromancy, quindi tanto vale prendere Tolling 13 Knell che non se l’è mai cagato nessuno. Io non ho mai capito bene il perché, forse perché è troppo recente (1999 o 2000, non ricordo) e quindi non è abbastanza kvlt. Ma in ‘sto disco c’è di tutto. Ci sono dei pezzi quasi prog e dei pezzi in cui Walter canta in falsetto, oltre che alle solite cavalcate (scusate il luogo comune) thrash e alle atmosfere acide che sanno di scantinato di Alessandria e di casse da morto scoperchiate. Tolling 13 Knell è anche il disco del ritorno del primo bassista, Without Name, che ne fa di tutti i colori insieme all’altro (sì, due bassi) di cui al momento non ricordo il nomignolo. Dite quello che volete, ma a me, quando sento Walter che se la prende con il “Polach Pope” (sì, “Polach”) nelle strofe di Liar Jubileum, mi viene tanta nostalgia di casa. Ora se ne vanno pure a fare da headliner su uno dei palchi del Maryland Deathfest. Chapeau.

INCHIUVATU – Cristu Crastu (1994)
Sono troppo giovane e sono arrivato troppo tardi al black metal per vivere le gioie del tape trading e delle lettere con i caproni fotocopiati. Però Michele (non sono mai riuscito a chiamarlo Agghiastru) è stata l’unica persona del giro black a cui ho scritto lettere fotocopiando la copertina di Hvis lyset tar oss. Avevo quindici anni. Dopo un annetto di comunicazioni epistolari mi spedì finalmente la videocassetta Cristu crastu, che conteneva i video amatoriali di altrettanto amatoriali versioni di pezzi che sarebbero poi finiti su Addisiu. Ricordo poco di quelle immagini, salvo quelle – credo – della title track. Una mano ignota (suppongo la sua) posizionava delle figurine del presepe sotto un albero, per poi pisciarci sopra. Non so cosa ne pensi oggi che fa il cantautore, ma non si può dire che il risultato non fosse ruspante. Poi quei pezzi finirono su quel capolavoro che è il primo album di Inchiuvatu, e il resto è storia. Non so se quella videocassetta valga qualcosa, ma se qualcuno ci è affezionato e vuole farmi arricchire, si faccia avanti.

IL SEGNO DEL COMANDO – st (1997)
Quando li scoprii fu una doppia rivelazione. In primo luogo musicale, che mi portò in breve tempo a scoprire tutto il vario “dark sound” – espressione che non ha mai voluto dire niente – di Atomic Rooster, Amon Düül, Arzachel, Black Widow, Necromandus, e poi tutta quella roba della Black Widow tipo Standarte, Abiogenesi, Gian Castello, Universal Totem Orchestra (in ordine rigorosamente sparso e dimenticandone molti). Una rivelazione simile la ebbi anni più tardi con Jacula, ma non fu così intensa. (Leggi tutto)

Continua la pausa riabilitativa, niente tour per Jeff Hanneman

5 maggio 2012

E insomma, ve ne aveva già parlato il buon Ciccio in questo post. Io che all’epoca manco ero scribacchino per Metal Skunk subito credetti che, come avviene nei film, il passo successivo al morso di un ragno velenoso dovesse essere necessariamente la trasformazione in una specie di supereroe alla Sam Raimi/Stan Lee. Solo che, a giudicare da cosa si confà più ad una band che parla di Auschwitz, macellai dell’America più reietta che indossano facce di morto alla luna piena, credetti bene che la trasformazione del buon Jeff dovesse essere più simile a un Venom o Carnage che al buon vecchio arrampicamuri del vicinato. E’ anche giusto che sia così, insomma, ad ognuno il suo.

Però non solo col passare del tempo il buon Jeff non accusava alcun miglioramento nell’aderenza ai muri, ma abbiamo anche scoperto che la situazione è possibilmente peggiorata. E qui mi faccio serio, ragazzi, perché se è vero che un morso di ragno è sempre un morso di ragno (uhhh, che figo, guarda! una roba alla Jackass, insomma) è anche vero che negli ultimi tempi la situazione di Jeff si è fatta realmente seria.  Coi lucciconi agli occhi gli Slayer stessi comunicano ai loro fan l’attuale stato della loro ascia e della band in generale. (Leggi tutto)

Acid Fest II @Sinister Noise, Roma, 29.04.2012

4 maggio 2012

Che periodo, gente, che periodo. Un paio di settimane fa sono andato a vedere i miei tanto amati Radio Moscow, la settimana scorsa gli Om. Lo scorso fine settimana c’è stato l’Acid Fest. La settimana prossima ci sono gli Sleep, poi, tempo tre giorni, e c’è lo Stoned Hand Of Doom. Una decina di giorni per far tornare le encefaline a livelli normali e ci sono gli Ozric Tentacles. Quattro giorni dopo i Kyuss. Una settimana dopo ho l’esame di fisica nucleare. Voglio dire: BOOM.

Arrivo al Sinister Noise che ho già bevuto un bel pò, quindi la prima cosa che faccio è andare al bagno. Apro la porta senza bussare e mi ritrovo davanti il cantante dei Saviours che caga all’impiedi. Enormi vasi sanguigni fanno capolino da una fronte arrossata grondante sudore. Lo sforzo immane di un uomo che combatte contro i suoi demoni. Richiudo la porta borbottando una infinita serie di sorry, e vado davanti al palco. Ottimo aperitivo gli Ape Skull, trio romano dedito a cover di canzoni rock anni ’60, tra cui spicca una splendida Un Posto del Balletto di Bronzo. Più tardi il cantante dei Danava li ringrazierà come miglior cover band mai ascoltata. E poi a me i batteristi che cantano mi hanno sempre arrapato. Musicalmente parlando, si intende; soprattutto quando ci vanno belli pesanti e sfondano il pedale. Subito dopo sul palco sale L’ira del Baccano, perla psychdoom italiana, a cui vogliamo un gran bene anche solo per il nome, trovatemene uno più fico. I nostri quattro simpatici fricchettoni (già visti in occasione della prima edizione) suonano quaranta minuti di musica strumentale e complessa, anche tecnicamente, ma mai noiosa o fine a se stessa. È loro il momento più psichedelico dell’intero festival. Giusto il tempo di cominciare a spizzare le t-shirt appese al muro che è ora dei Saviours, primi coheadliner della serata. (Leggi tutto)

Revolution now: BRUCE SPRINGSTEEN – Wrecking Ball (Columbia Records)

4 maggio 2012

Springsteen è ancora il cantore dei disillusi, è il portavoce degli hard workers, di quelli che si spaccano la schiena, in un modo più orientato all’aspetto sociale che non a quello politico, un uomo de facto assurto a paradigma dei self-made-men. Lo spettacolo increscioso di questa America di oggi è per lui l’ennesima conferma del fallimento di un’idea che appartiene ad altre epoche. Bruce è uno che ha i piedi per terra, con radici ben affondate nel suolo natio, per questo motivo non sputa nel piatto in cui mangia perché, anche se porta avanti una critica molto aspra, fondamentalmente rimane un patriota, uno che ama profondamente il suo Paese ma quella parte di Paese fatta di gente comune. Pur avendo alle spalle una quantità impressionante di canzoni che hanno segnato la storia del rock e del folk mondiale scrive musica ancora ispiratissima e meravigliosa; dopo così tanti album sente di non aver detto tutto. Sarà pure lo stesso concetto che va ripetendo da anni in forme diverse ma è anche chiaro come questo messaggio sia stato compreso da pochi (o quantomeno sono pochi coloro che ne hanno preso atto) e forse è il caso di rinfrescare le memorie corte. Del resto la sua parola è pesante; pesa a causa della persona che è e del personaggio che è diventato. Piuttosto che rivolgere la testa verso un’epoca d’oro che non c’è mai stata vive costantemente nel presente, la cui cruda quotidianità non può che essere ancora una volta la chiave di un’interpretazione quasi esclusiva delle cose, una visione non filtrata da preconcetti ma anche inevitabilmente afflitta da pessimismo. Per aspera ad astra, dalle difficoltà nascono i successi, le migliori intuizioni e quest’uomo, a 62 anni suonati, riesce ancora a raccontare l’ordinario in modo stra-ordinario, i problemi quotidiani in modo semplice, continua ad usare le stesse preziose tempere per arricchire quell’enorme tela che è la vita vissuta in America; gioca di sfumature, luci ed ombre per consentire a noi, che viviamo dall’altro capo del filo, di capire cosa diavolo sta succedendo lì, dove tutto quello che accade ha un riverbero fortissimo sul resto del mondo. Come un moderno Fitzgerald traccia le linee del vivere comune e come raffigura la vacuità della scalata sociale così rappresenta la realtà come essa si presenta liberandola dalle illusorie astrazioni del sogno americano riconducendoci nel basso delle strade polverose d’America, nelle periferie o nei sobborghi di provincia nati intorno ad una gasoline station, una miniera, una ferrovia, lì dove c’è solo lavoro, fatica e sudore.  (Leggi tutto)

Ti ricordi il primo Ep? Nuovo disco per i PHOBIA

3 maggio 2012

Il primo Ep dei Phobia cerco sempre di infilarlo in qualche discussione su quanto sia bello entrare in un negozio di dischi ed uscirne rinnovato nello spirito con più rarità e curiosità musicofile di quanto farebbe un Mike Patton qualunque. Forse perché l’adesivo UNDERGROUND SERIES della Relapse fa sempre un bell’effetto CVLTO o forse, molto più semplicemente, perché gli esordi della band erano cosa talmente distante dalla formula agile e veloce che ormai ci propongono da qualche tempo da donare a quegli anni un alone di magia crusty andata per sempre. Fatto sta che ormai la band, rinnovata come ormai accade da molti anni con membri di Noisear, Kill The Client e Gridlink, si prepara a pubblicare via Willowtip un nuovo disco che si chiamerà Remnants Of Filth. Il 5 Giugno comprate un chilo di salsiccia in meno e conservate un paio di dindini per il nuovo ricettario grind dei Phobia. Produce Scott Hull e questo potrebbe piacerci veramente un sacco. Di sotto il singolo come anticipo del nuovo disco. A me mi piace, come del resto mi piacque un sacco lo split con i Gadget. Ciao.

Entombed // Buffalo Grillz // Southern Drinkstruction @Traffic, Roma, 27.04.2012

3 maggio 2012

La volta scorsa erano saltati a causa dei crudeli winterdemons che erano calati sulla capitale. Erano riusciti a recuperare il concerto all’ultimo momento all’Orange di Pescara e io avevo speso il pomeriggio a mandare messaggi a tutti gli abruzzesi che conoscevo. Oggi invece è il primo giorno di caldo della madonna. Avendo il turno la mattina presto, ero andato in redazione con il maglione temendo i rigori mattutini. Dopo qualche ora stavo schiattando ma non potevo togliermelo perché sotto avevo la longsleeve dei Morbid Angel Extreme Music For Extreme People. Dopo Illud Divinum Insanus non ti ci puoi più far vedere in giro. Prima del concerto faccio l’ormai obbligatoria sosta al ristorante cinese vicino al Traffic. Sul menù c’è un inquietante refuso. Carbonara, amatriciana e saltimbocca, a parte perché diavolo dovreste andarveli a mangiare al ristorante cinese, vengono elencati sotto la voce menù all’italiano. Che prima secondo le leggende urbane erano gatti e cani. Adesso è il secolo del Dragone e non si cazzeggia più. Ordino il pollo perché ho letto che la carne umana ha un sapore molto simile a quella del maiale. Fatto il pieno di glutammato monosodico e birra Tsingtao (siccome devo sempre fare lo snob che prende la bevanda tipica), entro.

A dar fuoco alle polveri sono gli Housebreaking da Cassino. Con un full già alle spalle, il quintetto ci serve un thrash/death dalle venature HC e dal buon impatto. Il pubblico è ancora poco numeroso ma non si fanno intimidire troppo e tengono il palco con mestiere. Il cantante Marco saluta un calabrese non identificato presente nel pubblico e annuncia che stanno lavorando al successore di Out Of Your Brain, uscito nel 2010. Un aperitivo più che adeguato per una serata all’insegna del sudore e della violenza. Mi ricordo il chitarrista Mariano Fontaine perché quando avevo 16 anni e mi dibattevo tra tape-trading e fanzine fotocopiate gestiva la Whiplash Productions. È il principale responsabile della mia collezione di flyer vintage, i suoi pacchi ne erano zeppi.  Il mio preferito resta quello di Ugluk con scritto ‘omo di merda’ da ignoti col pennarello.

Tocca agli ormai rodati Southern Drinkstruction, che alzano un muro sonoro lercio e scivoloso fatto di chitarroni che trasudano bourbon e fetore di sludge. A dispetto del moniker, il loro suono affonda nelle paludi della Louisiana fino a un certo punto. C’è molto death metal, c’è una lieve ma persistente componente black e le derivazioni sabbathiane vengono dritte dal doom classico (sentitevi un brano come Redneck Zombie Distillery, dal recentissimo Drunk Till Death) e i momenti in cui li preferisco restano quelli più veloci e truculenti. Negli ultimi anni si sono costruiti un buon seguito live e vengono accolti con calore. Loro ricambiano con dirompenti randellate tra le quali brilla l’hardcoreggiante Nasty Jackass. Ci lasciano già discretamente pesti in attesa di finire triturati nella consueta, irresistibile carneficina targata Buffalo Grillz. (Leggi tutto)

blog di donne belle #7

2 maggio 2012

E come accade ormai puntualmente una volta ogni morte di papa, siamo arrivati al nuovo appuntamento con la rubrica più amata dalle persone che regalano soldi agli sconosciuti. Come sempre analizzeremo le chiavi di ricerca più svariate che la gente digita su google, ad esempio

bombastic spinaceto

e non solo si ritrova Metal Skunk tra i risultati ma ci clicca pure sopra. Abbiamo smesso di chiederci il perché ormai, tutto ciò che resta è una rassegnata accettazione del mondo.

è obbligatorio prendere lezioni di canto per fare scream?

Certo, pena sanzione amministrativa ex art. 417bis cod. civ. È necessario conseguire specifico patentino e sostenere un esame di cultura generale sull’argomento.

chi si cela dietro boosta pazzesca

Una che abita dalle parti del Laurentino 38. Ma poi se si è messa una busta in testa non vedo perché bisogna andare a farsi i cazzi suoi.

mio figlio è cambiato. è diventato metal. come posso fare?

Prova a sacrificare un capretto al demonio, che magari ti fa la grazia di fare diventare metallara pure te.

mostrami le scamorze

Questa fa parte delle dieci cose da non dire quando ci si relaziona con la commessa dell’alimentari.

figurine panini doppioni vergognoso

Ti capisco, amico. C’è stato un tempo in cui per tutti noi i doppioni delle figurine Panini erano un problema serissimo; a me personalmente le figurine ricordano tantissimo la scuola media, e in particolare un mio compagno di classe che di cognome faceva Calabrese. Era un tipo a posto, ma non esattamente un fulmine di guerra. Più che altro era permaloso, cosa che lo portava ad accapigliarsi spesso coi ragazzi più grandi che lo prendevano per il culo. Perché, vedete, Calabrese era anche il nome della ditta appaltatrice dei rifiuti della mia città, ed era scritto a caratteri cubitali su tutti i camion della spazzatura. E vi assicuro che per un bambino di 12 anni questa è una delle più grosse sfighe che possano capitare, anche se ancora peggio stava quell’altro tipo che di nome faceva Pompeo. Insomma, ogni volta che passava un camion della spazzatura qualcuno gridava CALABRESE STA PASSANDO TUO ZIO (o cugino, padre, fratello). Il povero Calabrese aveva finito per abituarcisi, e addirittura per scherzarci su: d’altronde non poteva mettersi a fare a pugni con chiunque. Poi a un certo punto io mi accorsi dell’enormità della sua cicatrice da varicella posta esattamente al centro della fronte, tipo terzo occhio, e gli dissi compà ma ti hanno sparato in fronte? Lui si incazzò moltissimo ma io continuavo a dire cose tipo dai compà, serio: com’è che non sei morto? Il piccolo Calabrese fu poi bocciato in seconda media e nessuno seppe più che fine avesse fatto. Il suo più grande lascito è stato, oltre ovviamente all’associazione mentale permanente con il suo foro di pallottola in fronte ogni volta che passa un camion della monnezza, è stato, dicevo, quello di essere un formidabile giocatore di figurine. Sembrava fosse nato per giocare a figurine. Giocava in continuazione, e con un capitale iniziale medio a inizio anno di 10 bustine riusciva a moltiplicare il suo mucchio al punto che alla fine diventava una specie di banco dei pegni dei doppioni. Se ti serviva la figurina di Gullit andavi da Calabrese e la scambiavi con altre figurine, o con qualche spicciolo che lui usava per comprarsi i dolciumi. Era un purista delle figurine, Calabrese. (Leggi tutto)

Gente che mangia la soia # 8

1 maggio 2012

AUTOPSY – All Tomorrow’s Funerals (Peaceville) COLDWORKER – The Doomsayer’s Call (Listenable) POISON IDEA – Darby Crash Rides Again: The Early Years (Southern Lord) COLISEUM – Parasite Ep (Temporary Residence Limited)

Io ho fatto un grande errore in vita mia, a parte comprare qualche disco del quale mi chiedo ancora il perché (e la stessa cosa potrei dire di relativi artisti che ho anche seguito dal vivo più volte e che se vi faccio i nomi potrebbero costarmi la purezza rettale al cospetto dell’audience metallara più nobile). Uno di questi potrebbe essere aver ceduto a qualche stronzata pop di troppo, soprattutto in quel periodo (una manciata di anni fa) in cui in Italia e nel resto del mondo occidentale tale fenomeno andava per la maggiore e tutti sembrava fossero cantautori un po’ giocolieri, un po’ feriti gattini della canzone italiana spesso magari solo a causa di una lunga barba incolta. Certe cose però ti rimettono in sesto. È come quando la tipa ti molla e tu ti vivi addosso bevendo, fumando e ciondolando per quei luoghi che funzionano da rifugio per i reietti (il negozio di dischi, la fumetteria, la birreria…), ma poi arriva il tuo amico del cuore, ti prende bruscamente per la manica, ti sbatte al suo fianco in auto e viaggiate per ore con la stessa logora cassettina di Killers nello stereo. Ecco, certi dischi hanno avuto su di me l’effetto di una doccia fredda, di un punitivo riscatto da un pure gradevole sogno zuccheroso. Erano anche momenti in cui alternavi le più soavi stronzate acustiche agli Insect Warfare ma, per rendere meglio l’idea, lasciate che vi dica che stringere tra le mani il vinile di Powerage ha un potere catartico pari a mille altri dischi e funziona al pari di un risveglio con strombazzata militare. Meglio, al pari di una cascata di schiaffi (sempre dati dal tuo migliore amico). “I giovani, i giovani, sono venuti a cercarmi” come diceva qualcuno. Questa intro serve proprio ad introdurvi nella merda più squallida ma funzionale alla quale siamo abituati.

Il disco lo conosciamo, conosciamo tutte le tracce da quando abbiamo capito che valeva la pena affondare le trippe negli abissi della perversione umana e della più gonza delle demenze da birra e B-movie. Sappiamo da anni (qualcuno pure da decenni) che non vale la pen(n)a stare lì a leccare i lobi delle orecchie ai lettori nel tentativo EKPHRASTICO (boooooom! Parolone!) di descrivere la musica a parole. Lo sanno tutti: i metallari la musica la descrivono a GESTI. Non so, air guitar, air drumming, corna al cielo e soprattutto una svariata tipologia di headbanging. È così che si descrive un disco heavy metal. Perciò, non faro altro se non reindirizzare a questo vecchio post chi si fosse perso le ultime notizie sugli Autopsy. Il resto è solo sensazione. Mi immagino Chris Reifert sudatissimo che si passa un asciugamano sulla capoccia e sul bisunto pizzetto mentre stringe mani, fa cornine, firma autografi e si addrizza la maglietta intrisa di satanico sudore. Che poi, a dirla tutta, là in mezzo Chris è quello che se la cava meglio e che forse a fine serata la trombata d’ordinanza se la becca pure. Gli altri no, troppo abominevoli, troppo grassi, brutti come la fame e la miseria. (Leggi tutto)

Nuovo singolo dei Gojira (lettera aperta agli amici indiboi)

30 aprile 2012

I Gojira sono un gruppo molto amato dalla gente con gli occhiali e sono pure francesi. C’est trop. Non puoi essere francese e amato dalla gente con gli occhiali allo stesso tempo, è un’esagerazione inutile. Già sei francese, vuoi anche suonare musica per gente con gli occhiali. É un po’ come se Rocco Siffredi si sottoponesse a un’operazione per farsi allungare il pene. Mi piacerebbe poter dire che se lo possono permettere solo gli Alcest (non di farsi allungare il pene, anche se magari Niege ne ha bisogno, che ne so) ma il nuovo non mi è piaciuto granché.

Questo ci riporta a un discorso di portata abbastanza ampia, ovvero che da quando gli indiboi si sono appropriati di determinate correnti della nostra musica certe band iniziano a starti sul cazzo per principio, il che non è una cosa molto sana, a rifletterci bene. Premetto che io ovviamente non ho nulla contro gli indiboi e che anzi alcuni dei miei migliori amici sono indiboi. Suona un po’ come quando si dice frequento una cifra di gente gay e venerdì sera vado pure a ballare con loro al Muccassassina per respingere le accuse di omofobia ma tant’è. Poi finisce che sei costretto a rifugiarti sempre più nei concerti sludge barbuti perché sai che lì troverai solo ubriaconi di mezza età che collassano contro le pareti e non persone sottopeso con la giacchetta a coste che vogliono disquisire con te dei sottotesti lirici di Souvenirs D’un Autre Monde. Però, compagni indiboi, mettetevi nei miei panni. Vi faccio un esempio. A me piacciono un casino gli ultimi dischi dei Belle And Sebastian, quelli senza Isobel Campbell, se mi beccate a una festa che sto abbastanza ciucco e mi date una chitarra vi canto pure Piazza New York Catcher. (Leggi tutto)

3 INCHES OF BLOOD – Long Live Heavy Metal (Century Media)

30 aprile 2012

Ogni volta che torno in Terra Madre, che Cristo sia nato o risorto, capita sempre di rivedermi con vecchi amici di liceo, che casomai non vedo da anni. Ora, odio questi amarcord. Perché il tempo passa e l’uom non se ne avvede e perchè i miei amici sono cambiati, forse in meglio, non lo so; hanno messo la testa a posto, sono diventati adulti. Mi guardano come il Perozzi viene visto da suo figlio. Questa volta è toccato a Luigi. Luigi vive a Milano, si sta per laureare in Architettura e, mi dice, è felicemente fidanzato con una ragazza greca che vive in Grecia, quindi se ne esce con qualche battuta sulla crisi, che vedrai ci tasseranno pure l’aria. Ah, ah, ah. Mi dice che se la vuole sposare. Luigi al liceo è stato insieme con una ragazza con l’eterocromia (insomma, gli occhi di colore diverso) e poi la lasciò perché le sembrava di stare con un animale. E lui gliela disse questa cosa, attenzione. Io ti lascio perchè a stare con te mi sembra di scoparmi un husky. Io e Luigi cominciammo a farci crescere i capelli insieme, cominciammo a vestirci come i Pearl Jam e a fumare le Winston blu, perchè Kurt Cobain fumava le Winston blu. Ascoltavamo a ripetizione Nevermind con le orecchie appiccicate alle casse. Uno di quei dischi ascoltati talmente tanto che impari i testi a memoria senza averli mai letti in vita tua. Passavamo le ore a litigare, perchè secondo me In Utero è più bello. Luigi una volta mi chiamò per dirmi che si era masturbato e lo schizzo era arrivato sul soffitto. E io prendo la bicicletta e mi faccio tre chilometri in venti secondi perchè dovevo vedere quella cosa idrofobica che resisteva imperturbabile alla forza di gravità. Quello fu un miracolo, due metri di gittata in verticale. Luigi è stato il primo essere umano che io abbia mai visto a darsi fuoco ad una scoreggia. Luigi si metteva i fischiabotti nel culo. Quando la professoressa chiese a Luigi della respirazione cellulare, lui tirò fuori il telefonino e cominciò a soffiarci sopra. Luigi in Spagna vomitò sui pantaloni di uno sbirro. Avevamo una band; lui ed io, insieme, provammo l’esperienza dell’enorme botta di adrenalina che hai quando sali per la prima volta su un palco e suoni tutto al quadruplo della velocità. My Generation durò un minuto.

Porto Luigi al pub dove, da giovani, abbiamo imparato a bere. Luigi mi dice che si sta divertendo ed è in serata, quindi ordina una birra piccola alla spina. Birra piccola. Cristo, questo si è dimenticato pure le regole base. La birra piccola è da donne. Come le Marlboro light. Come i Children of Bodom. Mi chiede come va, lui dice di avere un raffreddore pazzesco da almeno tre giorni. Io tutto bene, ho il fegato spappolato, ma tutto bene. Il mio conquilino si è preso la clamidia (occhio alle moldave) mentre l’altro ha una contrattura alla vertebra atlante perchè durante un concerto degli Tsubo un tizio si è buttato dal palco e l’ha preso con gli anfibi sul collo. (Leggi tutto)

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