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R.I.P. Stig Sæterbakken [1966-2012]

24 febbraio 2012

Con qualche settimana di colpevole ritardo rivolgiamo un pensiero a Stig Sæterbakken, che se n’è andato a fine gennaio (pare by his own hands, come si diceva un tempo nei circoli più kvlt). So che non sapete chi è, ma con i soliti, modici 40 euro all’ora potreste trovarvi un giorno a leggere ed apprezzare i suoi libri.

Il motivo per cui dovrebbe fregarvene qualcosa al di là dell’humana pietas, cari post-blacksters intellettualoidi, è che se avete potuto vedervi gli Ulver dal vivo più o meno sotto casa lo dovete solo a lui. Nel 2009 fu Sæterbakken che – allora direttore del festival letterario di Lillehammer – ruppe talmente le palle a Rygg che lo convinse a cominciare a suonare dal vivo. Al memorabile concerto del festival di Lillehammer, dove io c’ero e voi no, Sæterbakken li introdusse in sordina, alzando appena due cornine accanto a un microfono.

Pare che Sæterbakken fosse un tipo estremamente riservato, e questo spiegherebbe la sua discrezione. In realtà qualche mese prima era successo un casino nero, perché Sæterbakken aveva invitato nientemeno che David Irving (sì, proprio quello lì) a tenere una conferenza al festival, il cui tema dell’anno era la “verità”. Sai le matte risate.

Poi però i benpensanti si sono ribellati, nessun hotel voleva più affittare la stanza ad Irving e alla fine Sæterbakken ha dovuto ritirare l’invito e dimettersi. Scrivevo qualche tempo fa che in Norvegia ci si rifà una faccia molto più in fretta che in Italia. Forse è vero, però è anche vero che le teste cascano subito. Da noi, per farti richiamare da Osaka a Roma devi andare a fare i concerti con Iannone e farti sputtanare da L’Unità e Repubblica, quando pure le pietre sapevano che Katanga=Vattani. Ognuno la pensi come vuole, ma per me Come mai resta una canzone piena di verità. Magari ora che sarà più libero potrà dedicarsi di più alla musica.

Fatto sta che Sæterbakken se n’è andato, che gli Ulver continuano a girare il mondo proponendo sempre lo stesso set, e che il disco nuovo non mi convince ancora. La cosa peggiore delle tre è sicuramente la prima, ma anche le altre due non scherzano. Che la terra gli sia lieve. (Giuliano D’Amico)

5 commenti leave one →
  1. 24 febbraio 2012 10:12

    Dimenticavo: pare gli piacessero Burzum e i Gorgoroth.

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  2. SatanMikeBongiorno permalink
    24 febbraio 2012 12:00

    questo giuliano mi pare uno spocchioso che non fa altro che citare se stesso.

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  3. 24 febbraio 2012 13:12

    cacchio, io quel pezzo l’avevo letto tempo fa ma non sapevo/ricordavo l’avessi scritto tu. mi ci arrovellai anche il cervello per un bel pò sulla questione pubblico(ho una macchia nel curricula da lettore di MS: mi piacciono gli Ulver), ma senza giungere ad una conclusione compiuta. in tutti i casi il “danno” peggiore che creano è quello di far credere alla gente(o la gente se lo crede da sola, boh, ci sarebbe da fare un discosrso pure su quante presunte “evoluzioni siano spontanee) di fare finalmente “musica intelligente”, come se uno dovesse vergognarsi dei dischi zozzoni che ha a casa.
    tipo si, so’ metallaro, bevo e puzzo, vomito dove capita mentre faccio le cornine ma ciò il disco buono per l’esame di estetica…

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  4. redzvan permalink
    24 febbraio 2012 21:51

    Davvero pessima la citazione neofascista…ma chi è sto tizio che cita un idiota che fa le vacanze (pagate da tutti noi)in Giappone?
    D’Amico, shame on you.

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