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FUCK THE FACTS – Die Miserable (Relapse)

7 novembre 2011

Ai FTF io sono grato essenzialmente per aver prodotto il disco precedente a questa nuova uscita, ovviamente tacendo degli split ed Ep scivolati di mezzo (tra l’altro, tipico del grind pubblicare un Full Lenght ed un Ep assieme). Fatto sta che tempo fa questo gruppone canadese (francofono, come i Voivod) è stato adocchiato dalla Relapse dopo anni di autoproduzione, squat e follia grindcore (ma VERA follia, tipo incidere dischi di solo rumore “bianco”, peggio degli Anal Cunt) e dopo aver assoldato la crustissima Mel Mongeon, cantante dalla voce inaspettatamente abrasiva, firma con la indie (si fa per dire) di Philadelphia un contratto che li porta a quello che è sostanzialmente il loro disco di apertura al mercato globale (si fa per dire anche qui). Epperò, quello Stigmata High-Five invero a me faceva un po’ schifo dato che avevo preferito nel complesso la disarmonia e la produzione sicuramente più scadente del loro precedente full lenght, dicasi Backstabber Etiquette. Tra i due vi sono degli anni di distanza, qualcosa come due-tre anni sicuro, scusate ma vado a memoria, abbiate pazienza… Il primo ha il suono più curato e porta una generale omogeneità nelle scelte del songwriting optando per un arrangiamento che punti a far esaltare le facoltà dei membri del gruppo impegnati in quel pallosissimo tipo di grindcore un po’ math, un po’ noise, un po’ strambo, un po’ intellettual-fricchettone, un po’ fate voi. Il secondo ha i pregi e i difetti di un demo pur non essendolo: produzione abbastanza del cazzo, suoni discretamente merdosi, una generale disomogeneità nelle scelte compositive, voce filtrata, batteria-fustino, immaturità stilistica a valanghe.

E vi risparmio i difetti.

Ora – scusate ma continuo ad andare a memoria sennò siamo tutti webzinari – Stigmata High-Five era le stesse cose che ho scritto due righe sopra ma con più cognizione di causa e in maniera decisamente professionale, come se il tutto dovesse a tutti i costi tradursi in una nuova formula del grindcore/math/fatevoi che a quei tempi la Relapse spingeva sul mercato europeo e americano puntando però anche su veri e propri assi come i Dillinger Escape Plan (che però io amerò solo e soltanto per un disco, che volete farci). Tra le righe leggerete sicuramente che a me della cognizione di causa non frega un beneamato e che se fai grind è tutto sommato giusto che IL BASSO NON SI SENTA. Soprattutto se siete veri fan del grind non potrete non apprezzare l’anima sinceramente hardcore di questi fricchettoni fuori tempo massimo, altro che disco maturo. 

Che a dirla tutta poi, la maturità l’hanno raggiunta solo dopo con un disco che si mangia tutto il resto (e, fidatevi, c’è da impazzire tra split e altro, dato che i FTF da questo punto di vista sono peggio degli Agathocles). Questo disco si chiama Disgorge Mexico e se non fosse che all’epoca scrivevo solo sul mio diario del cuoricino e non si una testata metal di scoppiati, l’avrei messo in una ipotetica top five, ma pure top three. È veramente un gran disco, abile nell’offrire un suono omogeneo, compatto, con delle chitarre bollenti e torrenziali e finalmente un nuovo gusto nella sistemazione degli scappellamenti più desueti. Tutto finalmente confluisce in pezzi duri e convincenti nei quali spicca sempre più la dose giusta di melodia, una melodia squartante, qualcosa che rubacchia un pochino al metal classico e al post-hardcore quel tipico senso di abbandono e disfatta e lo fa suo in un mix di ultraviolenza moderata. Che poeta che sono. Insomma, un pezzo come ABSENCE AND SPITE prende qualcosa, che so, ai Converge più catartici (glielo ruba mentre si schiantano al suolo alla fine di ogni pezzo, come sempre) e lo butta in un marasma tecnico di riff death-grind. Insomma, la formula è nel groove. Ma non solo, il disco è pieno di pezzi come quello citato. Cioè, non ti fa mai male la testa dopo un disco dei FTF come questo. E diciamo pure che questo standard riescono a mantenerlo tale con altre prove successive (sempre Ep e split), ma forse non con questo disco.

Il nuovo disco, Die Miserable (sì, coi titoli i FTF fanno sempre un po’ pietà) mi ha procurato l’effetto che manifesterò a poco a poco illustrandovi le impressioni che montavano nella mia mente durante più ascolti.

1-      Mattino presto. Nonostante abbia da mesi finito l’università, sembra che il ministero abbia studiato come mantenere i laureati sul territorio legandoli ad un’infinita catena di Sant’Antonio di cazzate burocratiche che spero vengano prima o poi riscattate col pensionamento dei miei 80 anni. Una volta in treno non ho molte altre novità in cuffia se non il nuovo FTF. Lo ascolto ma sarà il sonno, sarà il caffè che non prende, ma mi piglia malissimo. Una quasi-puttanata che si rimangia tutto quello che di veramente buono avevano prodotto prima (e c’è pure un bel live a testimoniare il loro grande stato di salute). Bho, per ora bocciato.

2-      Lo riascolto qualche giorno dopo ma mollo la presa perché fa veramente tristezza, troppo cupo, la voce non morde come un tempo (cattiva regia?) e c’è pure un vocione maschile che ogni tanto s’intromette e rompe le palle. I suoni sono troppo oscuri, la splendida melodia del disco precedente è diventata un tunnel troppo dark, troppo spossante, troppo “normale”. C’è pure una traccia da 7 minuti che fa veramente venire i cerchi alla testa. C’è del virtuosismo di maniera che mi sembra francamente fuori luogo.

3-      Hanno cacato di fuori del vaso. Non li salva il di più di incazzatura che hanno se poi tutto rifluisce in un disco stanco e pure borghesuccio. È tutta fuffa, aria fritta se non merda secca (a voler essere proprio cattivi). Si salva solo un pezzo che non capisco perché non sia stato messo in apertura… sembra un disco death metal suonato dopo un massacro di birre, citazioni colte e incitamenti a sentirsi gggiovani , seri e intelligenti…

Insomma, tra Brutal Truth, Fuck The Facts e Lock Up sembra veramente un anno del cazzo per il grindcore.

Ma la semi-rivelazione arriva dopo qualche ulteriore ascolto. A parte un volatile senso di Europa nel bilancio generale del disco (la virata sul death-grind un po’ più ortodosso è ormai evidente) e a parte l’osceno rullante usato ad uopo, il piattume sonoro riesce comunque a garantire un minimo soddisfacimento in termini di violenza. Certo, a noi che la mattina in cuffia abbiamo già gli Assuck mentre combattiamo contro frastuono delle rotaie del treno, ‘sticazzi del death metal contemporaneo (ma sì, STICAZZI). L’avvolgente negatività e la secchezza dei riff ci fa una pippa d’altri tempi. Però, ripeto, a livello di sonorità in generale non c’è male e ogni tanto un minimo di svisate banalotte su una base un po’ più classica non fa male. È la stessa cosa che hanno fatto ultimamente i Machine Head, insomma. Benino a meno che vi freghi veramente qualcosa del disco precedente. Allora lì la lotta è dura.

All’inizio del papiro ho detto di un Ep pubblicato in corrispondenza del full lenght. Ecco, forse è meglio orientarsi su quella roba perché a sto giro i FTF hanno deluso un pochetto. Oddio, anche lì forse c’è un po’ troppa fuffa ma, si sa, agli Ep è sempre concesso un tantino di stronzate in più e il tiro è sicuramente maggiore. Magari lo recensirò nello spazio che dedico al nesso soia-vegetarianismo-grindcore.

Abbonàtovi, nonostante tutto.

(Nunzio Lamonaca)

5 commenti leave one →
  1. 7 novembre 2011 11:43

    Nunzio: your online resource for sick & noisy crust/grind/posthc and soia eaters all over the world.

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