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La finestra sul porcile: the unholy threesome

23 luglio 2011

Che nesso c’è tra il cinema e il metal? Nessuno. La verità è che quando uno scrive il suo primo articolo della sua nuova rubrica appena assegnata con votazione democratica, dovrebbe avere l’educazione di presentarsi o, in alternativa, di scrivere un lungo pistolotto introduttivo per spiegare le profonde ragioni che hanno spinto il blog a concedergli incarichi di tali responsabilità. E con questa ridondante descrizione metalinguistica ho risolto il problema.

Torniamo a noi e inauguriamo lo spazio dedicato ai tre film che ogni metallaro dovrebbe possedere nella propria videoteca con una selezione dedicata ai fan del black metal. Forse la scelta peggiore, vista la loro idiosincrasia nei confronti di tutto ciò che va proiettato su uno schermo, a parte prodotti di un certo spessore artistico come questo, si intende.

Mistery Visions of Northern Forest

Che poi, a dire il vero, un nesso in questo caso ci sarebbe pure, visto che gli Ulver composero la colonna sonora di Svidd Neger qualche anno fa. Ma questo presupporrebbe che si considerino gli Ulver una band black metal e Svidd Neger un film, alla luce di sequenze bucolico-hippy-interracial aperte da una invocazione non alle sacre forze della natura ma direttamente al celebre negozio di Oslo. Che poi, mi sono sempre domandato, ma qualcuno l’ha mai visto davvero Svidd Neger oppure tutti si sono limitati a scaricare la colonna sonora? Io tre o quattro anni fa l’ho visto sul serio. Mi ero anche imposto di non assumere alcool preventivamente per poterlo seguire in modo lucido e razionale, smentito dopo pochi minuti da sequenze come quella di cui sopra, che peraltro  caratterizzano buona parte della pellicola. La trama non me la ricordo nemmeno granché bene, ma in sostanza ruotava intorno a questo ragazzino nero che viveva in mezzo ai campi gelati della Norvegia più arcaica e si era autoconvinto di essere un sami tanto da battersi per i suoi diritti. L’ironia della vicenda stava nel fatto che i sami erano oggetto di discriminazione razziale per cui non era ben chiara la ragione per la quale un nero malvisto dalla comunità volesse accentuare ulteriormente lo stigma che si portava dietro. Ma avendolo visto qualche anno fa, potrei anche confondermi con un film di Ken Loach.

Bando ai sentimentalismi, entriamo nel vivo del trittico prescelto.

“Non fa male! Non fa male!”

La Passione di Cristo: lo ammetto,  qui la scelta è fin troppo facile, anche grazie alle immediate analogie tra le sparate antisemite di Fenriz e quelle di Mel Gibson (chissà se anche Hitler faceva abuso di alcool in gioventù). Di film su Gesù e le sue straordinarie opere ne son piene le videoteche dell’Opus Dei così come altrettanto numerosa è la schiera di pellicole blasfeme, dissacranti e iconoclaste che potrebbero sembrare assai più calzanti in una classifica simile, come la processione col megauccello al posto della croce in Maldoror di Cavallone, che avrebbe certamente solleticato l’immaginario dei fans degli Impaled Nazarene. Significherebbe, però, ignorare l’alto valore simbolico della sequenza della flagellazione, con i soldati tarantolati che compiono la volontà dei Marduk strappando brandelli di carne ad un Cristo esangue, senza dimenticare l’ora e venti di calvario che crea una misteriosa empatia tra Jim Caviezel e gli spettatori. Tanto lui si sbatte e soffre per mostrarci il vero volto di Gesù morente, tanto noi ci domandiamo perché abbiamo deciso di buttare una serata in modo così scellerato e proprio quando Mediaset Extra ha ripreso a fare le repliche del Festivalbar.

La casa dei 1000 corpi: Quando uscì il primo film di Rob Zombie, nessuno gli diede credito (me compreso). Intendiamoci, il buon Rob col metal c’azzecca poco ed ancora meno con la misoginia tipica del black metal, vista la sacrosanta mania ossessivo-compulsiva nei confronti del fondoschiena della moglie. Il film di Zombie non è un capolavoro di originalità, il cantante, regista e remaker professionista è una sorta di Eli Roth meno fumettistico e più anarchico, per di più l’idea della famiglia di psicopatici che si accanisce sui più piccoli e su quelli che provano a bazzicare le loro zone era stata già sviluppata, in decadi diverse, da Tobe Hooper e da Oystein Aarseth. Ma le classifiche, si sa, vengono sempre scompaginate da fattori soggettivi:  in questo caso la variabile impazzita è rappresentata da Otis Firefly vestito e conciato esattamente come Satyr in un videoclip dei Satyricon (no, non quello da rapper dei fiordi con la tettona che balla nuda col serpente). E poi c’è il dottor Satan, personaggio di raro carisma che influenza le menti senza ricorrere alle onde theta.

niente firebreathing, ho l’alitosi

Il Segreto del Bosco Vecchio: Ermanno Olmi è un blackster di vecchia scuola, uno di quelli che non ha paura di imporre tre ore di asfissiante nulla in bergamasco stretto con ben vent’anni di anticipo rispetto ad un Filosofem qualsiasi. Mettergli in mano del materiale scritto da Buzzati è come far suonare ai Sunn 0))) un disco dei Leviathan per vedere se riescono ad essere ancora più strazianti. Buzzati, perfino più di Olmi, è uno che del black metal aveva già codificato norme comportamentali e modalità operative negli anni ‘30: antimodernista, vagamente misantropo, proponeva un ritorno ad una società arcaica e pagana pregustando già il fallimento di secoli di teorie che descrivono l’uomo come animale sociale. 

Da un simile mix esplosivo non poteva che scaturire il capolavoro definitivo, l’opera omnia che racchiude venti anni di nera fiamma e soddisfa anche i più esigenti, quelli che col passare del tempo hanno voluto volgere lo sguardo alle contaminazioni folk o si sono abbandonati alla cupezza del depressive più malato. E tutto questo nonostante le iniziali incomprensioni tra i due autori.

B: “Ciao Ermanno, sono Dino, Dino Buzzati”

O: “Oh ciao Dino, che sorpresa. Pensavo fossi morto”

B: “Sì lo so, me lo dicevano anche quando ero ufficialmente vivo. Senti, una sessantina d’anni fa ho scritto un libro che era una bomba pagano-ecologista, roba che Pecoraro Scanio al confronto è un mullah islamico wahabita omofobo. La critica lì per lì non me l’ha preso troppo sul serio ma ti assicuro che c’è roba forte lì dentro… Spiriti della foresta, rancori personali, animali che parlano, uomini albero…”

O: “Dino lo conosco, è Il Segreto del Bosco Vecchio, l’hai scritto nel ‘35. Che dovrei fare?”

B: “Beh sai, pensavo che sia arrivato finalmente il momento di farci un film e per questo ho subito pensato a te. Tu sei un regista coraggioso, uno che si è presentato a Cannes con tre ore di documentario in dialetto più lento di quei film interminabili a camera fissa che girava Andy Warhol negli anni ‘60 e hai pure vinto. Insomma, secondo me sei l’uomo giusto. Mi raccomando, per la parte del colonnello crudele e spietato voglio qualcuno di un certo spessore, non fare che ti svendi subito alla Medusa e mi piazzi Robert Pattinson come faranno per quel documentario sul black metal”

O: “No Dino, figurati. E poi come posso assumerlo per la parte del cattivo se ha sei anni e nessuno sa chi sia? Comunque, ti dirò, mentre parli e sento la tua voce vibrare dall’emozione per questo progetto, mi si sta già materializzando nella mente la figura di questo colonnello e credo di aver già individuato chi potrebbe farlo.”

B: “Chi? Chi? Non tenermi sulle spine”

O: “Pensavo a Paolo Villaggio. Bella scelta eh?”

B: “……….”

O: “Dino? Mi senti?”

B: “…………………………”

O: “Dino?”

B: “…………………………………………..”

(Matteo Ferri)

2 commenti leave one →
  1. funambolo permalink
    23 luglio 2011 16:09

    a proposito ma il film su Burzum?

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    • Matteo Ferri permalink
      23 luglio 2011 16:24

      Avevano pensato ad un tale Anders Behring Breivik per interpretare il Conte, ma pare siano sorti dei problemi improvvisi..

      Mi piace

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