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Joe R. Lansdale e io.

17 luglio 2010

Ho scoperto Joe R. Lansdale abbastanza tardi. Era il 2003 e, nel tentativo di ingannare la noia di un viaggio in treno interminabile, alla stazione avevo comprato l’Almanacco della Paura di Dylan Dog (pratica che disertavo da circa una decina di anni); il fumetto non era un granchè – un polpettone fantapolitico-yesglobal ambientato in Messico (o comunque in qualche irrequieto regime dittatoriale del Sudamerica, ora proprio non ricordo) – ma tra gli articoli c’era una monografia breve e appassionata proprio su Lansdale e il suo fluviale corpus letterario. Non avevo mai sentito nominare Lansdale prima di allora, e da allora non ho più incontrato il nome dell’autore di quella monografia; peccato non essere riuscito a dirgli quanto gli sono grato. Quella decina scarsa di pagine è stata il mio personale biglietto d’ingresso nel mondo rutilante, imprevedibile, portatore e generatore di autentiche rivelazioni di colui che nel giro di poche settimane sarebbe inconfutabilmente diventato il mio texano preferito dopo gli ZZ Top (e alla pari con i fratelli Abbott). C’era però un problema: dove reperire la materia prima per alimentare il Culto? Già, perché a ricordarlo ora pare incredibile ma nella primavera del 2003 il nome di Joe R. Lansdale era ancora patrimonio di pochi – perlomeno in Italia: a parte La notte del drive-in, pubblicato per la prima volta addirittura nel 1993 nella collana Urania (che, ironia della sorte, ai tempi avevo da poco mollato causa completa dissoluzione del mio interesse nei confronti della letteratura cyberpunk) poi provvidenzialmente ristampato da Einaudi nel 1998 (l’edizione comprendeva anche il sequel Il giorno dei dinosauri, di gran lunga inferiore al prototipo), le sole opere facilmente reperibili erano Il mambo degli orsi e Bad chili (subito divorati entrambi), sempre su Einaudi courtesy of la longa manus di Luigi Bernardi e Carlo Lucarelli, all’epoca brillanti curatori della serie Stile Libero Noir. Una vecchissima edizione di Mucho mojo per BUR si era rivelata introvabile anche scandagliando fino all’ultima delle bancarelle più infime, stesso dicasi della pionieristica stampa di Freddo a luglio (1997, se la memoria non falla) per la Phoenix di Daniele Brolli; era peggio che andar di notte insomma, e la gioia nell’incappare per puro caso in una copia sdrucita di Fiamma fredda (uscito chissà quando per Il Giallo Mondadori) è stata subito mitigata dall’amara presa di coscienza che la traduzione italiana era illeggibile a esser buoni. La febbre-Lansdale stava comunque per esplodere su larga scala, complice un estasiato Niccolò Ammaniti che da anni andava ripetendo ai quattro venti: “Io consiglierei a un analfabeta di imparare a leggere solo per poter conoscere Lansdale“. Parole che non caddero nel vuoto: questione di mesi e, simultaneamente, manco si fossero messi d’accordo, tanto Einaudi (portando avanti, purtroppo non in ordine cronologico, la pubblicazione del ciclo di Hap e Leonard – sorta di upgrade in salsa texana dei buddy movie à-la Arma Letale – da una parte, i nuovi romanzi totalmente diversi dalla vecchia merda dall’altra) quanto Fanucci (con la ristampa di gran parte del back catalogue dell’uomo, più altri romanzi nuovi che Einaudi non era riuscita ad accaparrarsi) tempestano le librerie con una ridda di uscite da sfinire anche il lettore più compulsivo. Tempo un anno e Lansdale da noi è più famoso dei Beatles, figuriamoci di Gesù Cristo. Perché – e non è poi così scontato – in Italia il verbo di Lansdale attecchisce molto più che altrove; i suoi libri vendono come il pane, che si tratti delle superbe trame hard-boiled infarcite di agghiacciante realismo white trash dei bei tempi andati quanto dell’inaffrontabile melassa wannabe-kinghiana o delle grottesche saghe western in odore lialesco dei tempi più recenti, non fa alcuna differenza. Per non parlare delle raccolte di racconti, imprescindibili per comprendere appieno la statura artistica dell’uomo almeno quanto A volte ritornano, Scheletri, Incubi & deliri lo sono state per Stephen King. Il risultato, in termini di ritorno economico, va sempre e comunque ben oltre le più rosee aspettative: qualunque cosa porti la firma di Lansdale garantisce almeno una soglia, invariata negli anni, di venduto. Cifre che sembrano non tenere conto della profonda linea di demarcazione che sussiste tra il Lansdale ‘prima maniera’ e il Lansdale ‘maturo’ – ovvero da quando si è cacciato in testa di essere uno scrittore “serio” iniziando di conseguenza a sfornare a getto continuo micidiali mash-up tra King e Liala con protagonisti bambini insopportabili e saccentelli che trovano cadaveri nei boschi come fossero bruscolini, tipo fotocopia a volte interrazziale di Stand By Me (il co-protagonista de La sottile linea scura è infatti un anziano negro saggio) oppure, in alternativa, eroine protofemministe calate all’interno di un immaginario western da romanzo di appendice per settimanali da parrucchiere. Di solito, chi ama uno dei due Lansdale detesta l’altro, e viceversa. Io, mi ritrovo mio malgrado tra gli ultras della prima maniera; ho tenuto botta finchè ho potuto con la nuova linea, ho mandato giù La sottile linea scura e In fondo alla palude come fossero medicine amare, da trangugiare il più in fretta possibile per non sentirne il sapore, poi mi sono arenato sulla soglia delle prime cinquanta pagine del terribile Tramonto e polvere (al cui confronto un qualsiasi romanzo Harmony è roba da premio Nobel) e non ho avuto la forza di proseguire oltre. Al contrario, quasi tutto quel che viene prima credo valga la pena di essere letto, con punte di eccellenza che personalmente rilevo in Bad chili (il migliore della serie con Hap & Leonard), Freddo a luglio (potrebbe essere un meraviglioso b-movie con Michael Rooker protagonista) e il blaxploitation thriller Atto d’amore (potrebbe essere un giallo da sabato sera di Raidue con Ving Rhames protagonista). In ogni caso, c’è tutto quel che deve esserci in un libro destinato a tenerci compagnia per molto tempo: scrittura viscerale piena di passaggi da mandare a memoria, una trama che non esaurisce la sua potenza alla prima lettura, dialoghi che sono un piacere raro da sperimentare e – ed è determinante nel caso di Lansdale – personaggi umani, reali, per nulla letterari. Senza dimenticare una serie infinita di personaggi secondari assolutamente indimenticabili, capaci di racchiudere in sé tutto il meglio e il peggio dell’intera esperienza umana: Jim Bob Luke (e il suo “Troione Rosso”) in Freddo a luglio e Bad chili. Conrad l’uomo-cane in Fiamma fredda. Red, il nano crudele e amante delle Cadillac in Rumble Tumble. E l’elenco potrebbe andare avanti per ore. Probabilmente Ammaniti aveva ragione, almeno per quel che riguarda la produzione fino al 2003. Dopo, temo di non essere dello stesso parere. (Matteo Cortesi)

(Clicca qui per l’intervista esclusiva a Joe Lansdale)

2 commenti leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    30 settembre 2013 16:27

    mi sono riletto per la centesima volta questo speciale ma non ho mai avuto pensiero di commentare..grazie cortesi, hai reso giustizia a uno degli scrittori migliori di sempre.ho esultato quando è morta florida, non si tratta male hap!

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  1. TEXAS IS A STATE OF MIND – intervista a Joe R. Lansdale « Metal Shock

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