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Open up your mind and Ku Ku Ku, baby.

16 giugno 2010

Negri tremate, checche dubbiose e mezzeseghe correte a nascondervi, professori e laureati levatevi dal cazzo, sono tornati i Molly Hatchet. Il gruppo preferito da benzinai e camionisti nonché pilastro assoluto (dopo Motörhead e Lynyrd Skynyrd) dei bikers e rednecks più buzzurri, ignoranti e razzisti del pianeta torna in pista con un nuovo album, il tredicesimo, in trentacinque anni di irreprensibile militanza nel nome del southern boogie rock più strafottente e prevaricatore in circolazione da quando quel maledetto aereo capriccioso si è portato via il povero Ronnie Van Zant. Justice è il titolo del nuovo sigillo, e la “giustizia” a cui alludono sappiamo bene qual è: cappucci bianchi, qualche croce che brucia, ed ecco raddrizzato ogni torto. Nonostante la band – come del resto gli amati/odiati “cugini” Skynyrd – sia passata attraverso innumerevoli mutazioni, defezioni, rimescolamenti e decessi, tanto che della formazione originale è rimasto il solo chitarrista Dave Hlubek (peraltro rientrato nei ranghi soltanto nel 2005 dopo uno split pluridecennale), lo spirito e la passione sono rimasti gli stessi degli inizi e di sempre, immutati anno dopo anno, disco dopo disco, raduno di biker dopo raduno di biker; bastano le prime note dell’iniziale Been to Heaven Been to Hell per catapultarci seduta stante davanti al bancone della più fetida bettola frequentata esclusivamente da bifolchi incestuosi dai denti marci e il grilletto facile, l’accento impenetrabile e le schiene bruciate dal sole del profondo sud degli Stati Confederati d’America. Roba che, da sola, disintegra senza alcuno sforzo l’intero corpus letterario di Joe R. Lansdale (uno che a scrivere di brutti ceffi e provincia redneck ha dedicato la vita); ed è solo il primo pezzo! Oggi, i nuovi classici dei Molly Hatchet portano i nomi di Safe in my Skin (dal manowariano refrain “Safe in my skin/ Playing to win” urlato a squarciagola), Deep Water (che parte con un giro di tastiera da fare invidia a Gigi d’Agostino per poi ben presto esplodere in uno dei riff più epici sentiti negli ultimi anni), l’anthemica I’m Gonna Live ‘til I Die (otto minuti di lirismo montante da groppo in gola e pugni stretti – poi esaurita la catarsi mano ai forconi e via a tumulare qualche negro a caso, il va sans dire) e la ruvida, paulkerseyiana Vengeance. Non mancano inattese ‘sorpresine’ da buongustai, come il sax alla Fausto Papetti che chiude Tomorrows and Forevers (altro futuro mai-più-senza da decappottabile al massimo dei giri e gomito sopra lo sportello da veri sbarazzini della strada), o l’intro da film horror di serie Q (adeguato al tragico sottotesto) di Fly On Wings of Angels, mentre in parte delude American Pride: a fronte di un titolo così impegnativo sarebbe stato lecito aspettarsi un inno non meno che titanico, invece è ‘solamente’ un altro ottimo brano da saloon strapieno di mezzadri ubriachi. Ma lamentarsi sarebbe profondamente ingiusto e sostanzialmente da ingrati: con il suo afflato epico fuori dal tempo, l’inconfondibile atmosfera stile “Nascita di una Nazione” ipervitaminizzata, una solidissima ispirazione che pare non conoscere momenti di stanca e la solita, immancabile copertina Frank Frazetta style, Justice è un disco splendido e rinfrancante. E ritrovare i Molly Hatchet somiglia sempre più a riabbracciare un vecchio zio di campagna mezzo rimbecillito e ultraconservatore ma sempre in salute e sempre pieno di energia, a cui continuiamo a volere un sacco di bene e che, nel profondo ne siamo certi, ci seppellirà tutti.

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